
Negli ultimi anni si sta assistendo ad un avanzamento senza precedenti delle innovazioni in ambito digitale. Sopra a tutte, spicca la crescita e diffusione dell’intelligenza artificiale che è diventata ormai di accesso comune, soprattutto nella versione dei LLM (large language models) come Chatgpt, Gemini, Perplexity AI ed altre ancora.
Per capirci, i LLM sono modelli di linguaggio di grandi dimensioni addestrati su enormi quantità di testo per comprendere, generare e interagire linguisticamente con gli utenti in modo naturale. In questo modo, possono fare molte cose, come rispondere a domande, generare contenuti, tradurre e molto altro.
Per un esempio chiaro, leggi questa mia intervista a Chatgpt.
Rispetto a tali strumenti, ci sono reazioni molto diverse. Si va da un eccesso di terrore per possibili conseguenze fino all’idealizzazione del potere della scienza che ci renderà tutti liberi senza necessità di lavorare. Ora, è evidente (o almeno a me lo è) che nessuno dei due estremi è molto realistico. Immaginare una rivolta di macchine “intelligenti” contro l’uomo che neanche il peggior film di fantascienza…o pensare che in un domani vicino nessuno lavorerà più e se ne starà su un’amaca mentre un robot gli porta il drink sono entrambe esagerazioni. E nulla hanno a che fare con una visione obiettiva di quali siano i risultati della ricerca ed innovazione in questo campo ad oggi.
Tuttavia, nel mezzo ci stanno sicuramente timori e attese molto più realistiche e alcune domande è lecito farsele. Da quali posti di lavoro potranno sparire a quali, invece, si creeranno. Ma anche se questa diffusione permetterà a più persone di migliorare le proprie conoscenze o, al contrario, si creerà un divario culturale (e di capacità) sempre più ampio fra chi potrà utilizzare tali strumenti, restando al passo, e chi rimarrà indietro. Infine, per me veramente interessante, in quanto psicologa, come questi strumenti possano incidere sull’intelligenza e sul pensiero umano.
Sono solo alcuni esempi e ce ne sono molti altri che, al momento, rimangono ancora senza risposte. Però, almeno sull’ultimo, una recente ricerca può iniziare a dirci qualcosa. Ed è qualcosa di estremamente interessante.
Quindi seguimi, perché stiamo per vedere i risultati dei primi studi sugli effetti dell’IA sulle nostre capacità di ragionamento.
Lo studio
Una ricerca recentissima cerca di far luce proprio su questo aspetto. Ad inizio 2025, Michael Gerlich, professore alla Swiss Business School, alla London School of Economics and Political Sciences e all’Anglia Ruskin University di Cambridge analizza la relazione tra l’uso degli strumenti di IA e le competenze di pensiero critico, concentrandosi sul fenomeno del “cognitive offloading”. Potremmo tradurre questo fenomeno come “delegazione cognitiva”, nel senso di delegare dei nostri poteri a qualcun altro (in questo caso, qualcos’altro). O, in maniera più letterale (ma meno aderente al senso stretto che viene dato nella ricerca) come “scarico cognitivo”.
Gerlich ha condotto sondaggi e interviste approfondite con 666 partecipanti appartenenti a diverse fasce d’età (17/25, 26/45 e oltre i 46 anni) e con background educativi differenti. Si sono perciò potute esaminare le differenze legate all’età e al livello formativo nell’uso degli strumenti di IA e nelle competenze di pensiero critico.
È stato sviluppato un questionario strutturato composto da 23 domande, basato su scale validate e letteratura esistente, per misurare l’uso degli strumenti di IA, la delegazione cognitiva e le abilità di pensiero critico.
Sono state poi condotte anche interviste semi-strutturate con un sottogruppo di 50 partecipanti per comprendere meglio esperienze e percezioni riguardo l’uso di tali strumenti. È stato così possibile identificare fattori contestuali aggiuntivi che influenzavano la delegazione cognitiva e il pensiero critico.
I dati quantitativi sono stati analizzati tramite specifici metodi statistici, mentre le intuizioni qualitative sono state ottenute tramite l’analisi tematica delle trascrizioni delle interviste.
Il pensiero critico
Il pensiero critico è un processo cognitivo complesso che ci permette di ragionare in modo razionale, comprendere le connessioni logiche tra le idee, valutare gli argomenti e identificare le incongruenze nel ragionamento. Nei fatti, si tratta di un contenitore generale che include diverse capacità del nostro pensiero che usiamo abitualmente, dalla risoluzione di problemi, alla presa di decisioni e alla riflessione ponderata fino all’acquisizione di conoscenze.
Di conseguenza, è una competenza fondamentale per il nostro sviluppo cognitivo e per i risultati che possiamo ottenere nella vita dall’ambito accademico a quello lavorativo, nonché privato.
Chi ha buone abilità di pensiero critico va meglio a scuola, poiché comprende concetti complessi, ha una buona capacità di analisi e sa costruire argomentazioni ben motivate.
Un aspetto molto importante è anche quanto il pensiero critico ci difenda rispetto a fake news e manipolazioni di dati e comunicazioni, permettendoci di resistere (e comprendere) molto più facilmente a truffe, informazioni fuorvianti e bias cognitivi.
Intelligenza artificiale e pensiero critico
Come ho anticipato, gli strumenti di intelligenza artificiale (IA) hanno rivoluzionato vari aspetti della nostra vita. Sono diventati parte integrante delle attività quotidiane, permettendoci una maggiore efficienza in molte situazioni, esperienze personalizzate e un accesso senza precedenti alle informazioni. Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica. Accanto ai benefici, vi sono anche varie preoccupazioni, fra cui l’impatto che l’utilizzo di questi strumenti potrà avere nel medio-lungo termine sulle nostre capacità cognitive e sociali.
È chiaro che il pensiero critico richiede un dispendio energetico per la nostra mente, tuttavia è anche fondamentale per il successo negli studi, nella professione e in qualsiasi area della vita che richieda di valutare e decidere in modo corretto.
I rischi
Raccogliere informazioni su cui prendere decisioni è diventato molto più veloce e semplice grazie a questi tool. Nondimeno, il rischio è che non vengano usati solo per approfondire le nostre conoscenze in merito ad un tema, ma anche per scegliere al posto nostro, delegando ad essi le riflessioni su pro e contro e fidandoci della loro analisi, senza sprecare eccessive energie.
Può succedere su cose banali, dallo scrivere una lettera a fare calcoli aritmetici. Ha un senso se usiamo questi prodotti generati come base, bozza da rivedere, analizzare più a fondo, personalizzare sulle nostre esigenze tenuto conto anche del contesto in cui essi devono essere inseriti.
Se, invece, li prendiamo e usiamo senza riflessione critica, la faccenda si fa più complicata. Sia per le nostre capacità mentali sia per i risultati che potrebbero derivarne in caso di utilizzi in situazioni importanti e delicate. È diventato ad esempio noto il caso di un avvocato americano sanzionato per avere utilizzato in giudizio dei casi legali fasulli creati con ChatGPT.
Anche perché, non dimentichiamo che questi strumenti hanno ancora diverse lacune, come quella di “allucinare”, inventare risposte non corrette, dare fonti non reali e altri errori simili.
La delegazione cognitiva
Il vero rischio, nell’utilizzo di questi strumenti, è quindi quello della delegazione cognitiva. E cioè, la tendenza ad esternalizzare i processi cognitivi attraverso strumenti. Il senso è ampio, persino prendere appunti o usare calcolatrici rientra in questo concetto e sono tutte attività utili a ridurre il carico cognitivo, quindi non negative di per sé, anzi. Avevamo già parlato, ad esempio, di alcune strategie fondamentali per lavorare meglio che trovi qui.
In questo caso, però il discorso si fa più ampio. L’IA ha applicazioni vastissime che possono sostituire grande parte delle nostre facoltà mentali e della fatica cognitiva che ci serve per realizzare una serie di attività. Il rischio di una delegazione cognitiva diventa ad ampio spettro, aumentando di gran lunga la possibilità di affidarci troppo all’esterno e di usare poco (e, quindi, di sviluppare al minimo) le nostre facoltà mentali.
Da una parte, ciò ci permette di liberare risorse mentali e non implica necessariamente una riduzione dell’impegno nel compito. Tuttavia, se la dipendenza da strumenti esterni — specialmente dall’IA — diventa molto ampia, può ridurre la necessità di un coinvolgimento cognitivo profondo, influenzando potenzialmente il pensiero critico.
Il possibile impatto dell’IA su vari compiti cognitivi
Il pensiero critico rappresenta una funzione intellettiva superiore che riunisce alcune capacità più basiche necessarie per raggiungere un certo tipo di ragionamento. Quali sono queste competenze e che influenza può avere l’IA su ciascuna di esse?
Memoria
Una prima abilità che potrebbe esser fortemente impattata è la memoria. Strumenti di IA come assistenti virtuali, motori di ricerca e sistemi di raccomandazione rendono molto semplice il recupero delle informazioni, riducendo la necessità per le persone di immagazzinare e recuperare conoscenze. C’è già la rete o l’IA che lo fa per noi! Sparrow, Liu e Wegner, infatti, hanno introdotto il concetto di “effetto Google” per spiegare come la disponibilità immediata di informazioni abbia ridotto la necessità di conservarle nella memoria e, quindi, di esercitare la stessa. Allo stesso tempo, si riduce la propensione a processarle in modo profondo.
Attenzione e concentrazione
Ma ancora prima, per memorizzare, è necessario esercitare la nostra attenzione e la concentrazione, due aspetti critici del funzionamento cognitivo che, capirai bene, possono essere molto influenzati da nuovi strumenti digitali. È vero che ci aiutano a filtrare le informazioni più rilevanti per quello che stavamo cercando. Ma è altrettanto vero che il bombardamento di notifiche e aggiornamenti a cui siamo sottoposti continuano a frammentare l’attenzione, riducendo la capacità di concentrarsi su un singolo compito per lunghi periodi.
Come evidenziano Risko e Gilbert, interruzioni frequenti e multitasking possono diminuire la qualità dell’attenzione e determinare una elaborazione superficiale delle informazioni con conseguente ridotta capacità di risoluzione dei problemi.
Se ci aggiungiamo che sempre più spesso deleghiamo all’IA analisi, consigli e raccomandazioni, il rischio diventa sempre più ampio. Sebbene in alcuni settori possa essere molto utile, perché la mole di dati a analizzare è superiore alle possibilità umane, in altri casi più semplici, che potremmo risolvere con l’impiego delle nostre facoltà, il rischio di affidarci troppo all’esterno diventa concreto. Se scarichiamo sull’IA la risoluzione dei problemi, diventiamo sempre meno competenti nello sviluppare e applicare strategie di problem solving e creative.
E quanto meno comprendiamo i criteri con cui le decisioni sono state prese dall’IA al posto nostro, quanto più sviluppiamo una fiducia poco critica verso tali strumenti. Il circolo rischia di diventare velocemente vizioso.
Valutazione
Un’altra abilità essenziale che potrebbe essere fortemente impattata è la nostra capacità di valutazione, che implica l’analisi della credibilità e della rilevanza delle informazioni. Sappiamo come gli algoritmi siano talvolta influenzati dai bias per via di come sono stati programmati o delle informazioni di cui si sono “nutriti”. In questo caso, potrebbero donarci contenuti non oggettivi, ma falsati. Inoltre, tendono a ridurre anche l’esposizione a prospettive diverse, promuovendo facilmente il bias di conferma.
Sulla base di quanto detto finora, diventa chiaro che una eventuale dipendenza a lungo termine dagli strumenti di IA per la delegazione cognitiva può anche portare a una perdita di autonomia di pensiero. Chi si abituasse sempre più a utilizzare l’IA per prendere decisioni e risolvere problemi potrebbe poi avere difficoltà ad operare senza.
Come capita agli studenti che si affidano troppo a tali sistemi per delegare compiti cognitivi essenziali (vedi Krullaars et al.).
Pro e contro dell’uso dell’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale è uno strumento e, come tale, gli effetti positivi o negativi dipendono da come lo usiamo. Questo è un concetto che non smetto mai di ripetere perché è la base da considerare quando ci approcciamo ad un qualsiasi mezzo che ci serve.
I tool di IA possono certamente migliorare i risultati di apprendimento fornendo istruzioni personalizzate, ampiezza di dati e feedback immediato. Tuttavia, un’eccessiva dipendenza da essi può avere effetti negativi sulla nostra capacità di pensiero. Ad esempio, portare proprio alla delegazione cognitiva.
Se un individuo inizia ad affidarsi a supporti esterni per i propri compiti mentali, riducendo quindi l’impegno personale in processi di ragionamento approfonditi, il rischio è di diventare, nel tempo, sempre meno capace di utilizzare queste abilità.
La preoccupazione che l’intelligenza artificiale possa incidere sulle nostre capacità di pensiero diventa ancora più intensa quando pensiamo a bambini e ragazzi. Le loro capacità di giudizio e ragionamento non sono ancora del tutto sviluppate e potrebbero avere un impatto molto negativo dalla delegazione cognitiva.
Come in altri ambiti, anche nei contesti educativi, l’utilizzo di strumenti di IA ha mostrato sia risultati promettenti che potenziali limiti. Da una parte, piattaforme di apprendimento adattivo e sistemi di tutoraggio intelligente permettono di personalizzare l’esperienza educativa. Dall’altro potrebbero ridurre lo sforzo cognitivo che lo studente deve mettere nelle attività di pensiero critico, dando risposte e soluzioni senza necessità di impegno da parte sua. Il che è sì comodo e veloce, ma non permette di costruire delle competenze di ragionamento fondamentali.
Questo discorso può poi essere allargato a molti altri contesti, professionali e non, dove siano necessarie abilità di problem-solving, analisi critica e presa di decisioni.
I risultati dello studio
Arriviamo quindi ai risultati dello studio che, in effetti, mostrano “una correlazione negativa significativa tra l’uso frequente di strumenti di IA e le abilità di pensiero critico, mediata dall’aumento della delegazione cognitiva”.
Con una differenza a seconda dell’età. I partecipanti più giovani (17-25 anni) hanno infatti mostrato un maggiore utilizzo degli strumenti di IA e una maggiore delegazione cognitiva e punteggi inferiori nel pensiero critico rispetto ai partecipanti più avanti con gli anni.
Al contrario, i partecipanti più “anziani” (46 anni e oltre) hanno evidenziato un minore utilizzo degli strumenti di IA, una delegazione cognitiva inferiore e punteggi più alti nel pensiero critico.
Non solo. Sono state esplorati anche gli effetti di altre variabili demografiche (livello di istruzione e occupazione) sulle attività di pensiero profondo. Anche in questo caso, si sono visti effetti significativi. Chi possedeva titoli di studio più elevati (master o dottorato) e coloro che ricoprivano ruoli manageriali hanno mostrato livelli significativamente superiori di pensiero critico e di coinvolgimento in attività di riflessione.
Invece, il genere non ha avuto un’influenza significativa sulle attività di pensiero profondo. Evidentemente, età, livello educativo ed esperienza giocano un ruolo cruciale nel favorire il coinvolgimento cognitivo e tali variabili interagiscono fra di loro nel potenziare o ridurre gli effetti dell’uso dell’IA.
In sintesi, dalle correlazioni studiate emerge chiaramente come un maggiore utilizzo degli strumenti di IA si associ a una delegazione cognitiva più accentuata. Questo poiché riducono il carico cognitivo automatizzando i compiti di routine, consentendo di delegare aspetti fondamentali come memoria, attenzione e processi decisionali ai sistemi tecnologici. Una comodità che comporta, però, una minore attivazione del coinvolgimento cognitivo profondo.
Conseguentemente, quanto più aumenta la dipendenza da tali strumenti quanto più le capacità superiori di ragionamento diminuiscono.
Quali soluzioni possibili?
È ovvio che questi risultati possono risultare preoccupanti. Quale sarebbe, quindi, la soluzione? Rinunciare all’avanzamento della tecnologia e tornare indietro?
No. In realtà, i dati ci dicono qualcosa di diverso, andando in profondità. E, cioè, che sono necessarie strategie educative che bilancino i vantaggi dell’uso di tali strumenti con lo sviluppo di competenze analitiche indipendenti, soprattutto nei contesti educativi e organizzativi. Tenuto conto dell’impatto che queste tecnologie possono avere, diventa essenziale sviluppare strategie formative e occupazionali finalizzate a promuovere il pensiero critico soprattutto in chi è più fragile per via dell’età e della scarsa istruzione scolastica.
È necessario sapere trovare un equilibrio tra l’uso dell’IA con tutti i suoi vantaggi e il mantenimento del coinvolgimento cognitivo umano per mitigare le conseguenze cognitive a lungo termine causate dalla dipendenza da questi strumenti.
I dati qualitativi
Se ricordi, c’erano anche interviste semi-strutturate da cui emerge una conferma dei dati quantitativi. I risultati possono essere suddivisi in quattro temi principali:
Affidabilità degli strumenti di IA
Molti partecipanti hanno espresso fiducia nell’accuratezza e nell’efficacia degli strumenti di IA, soprattutto per compiti di routine. Ma qualcuno ha anche sollevato preoccupazioni sull’affidabilità soprattutto rispetto a compiti più complessi o decisioni critiche.
Gli utenti sembrano riconoscere i limiti dell’IA, ma possono comunque delegare ad essi per comodità.
Riduzione dell’impegno cognitivo
I partecipanti riconoscono che questi tool riducono il carico cognitivo, ma anche che ciò può portare a un’attivazione meno profonda delle loro capacità riflessive.
Dipendenza dagli strumenti di IA
Alcuni intervistati hanno ammesso di essere più inclini ad accettare passivamente le risposte fornite. Un uso eccessivo dell’IA può ridurre la motivazione a impegnarsi attivamente nei processi cognitivi, con implicazioni a lungo termine per le capacità di pensiero critico.
Molti, in particolare i più giovani, hanno descritto una forte dipendenza per compiti sia semplici che complessi per via della comodità e rapidità offerte. Hanno ammesso di affidarsi spesso all’IA senza impegnarsi in processi cognitivi più profondi. E questo determinava in loro anche una certa preoccupazione.
I più grandi di età hanno riferito invece una minore dipendenza e una preferenza per metodi tradizionali di risoluzione dei problemi e raccolta di informazioni. Questo esplicitamente allo scopo di non perdere la capacità di analizzare e prendere decisioni in modo indipendente.
Benefici e limiti educativi
Diversi partecipanti hanno sottolineato sia i benefici che i limiti degli strumenti di IA in contesti educativi. Ottimi per fornire feedback immediato e personalizzato, ma a rischio di ridurre le capacità di ragionamento autonomo e profondo.
Non a caso, chi aveva livelli di istruzione più elevati era più consapevole dei potenziali svantaggi, più propenso a verificare le informazioni fornite e a impegnarsi in valutazioni critiche dei contenuti offerti.
Al contrario, i partecipanti con livelli di istruzione più bassi hanno mostrato preoccupazione riguardo alla loro dipendenza dagli strumenti di IA. Purtroppo, si tratta anche di coloro che non hanno la formazione necessaria per pensare in modo critico e analizzare efficacemente i prodotti ottenuti dall’IA.
Implicazioni educative
Da quanto abbiamo visto risulta chiaro che gli effetti dell’uso dell’IA in contesti educativi sono duplici. Da una parte, offrono opportunità di apprendimento personalizzato e un recupero efficiente delle informazioni. Tuttavia, se usata male ed eccessivamente, riducono le competenze di ragionamento profondo.
Diventa quindi necessario essere cauti e bilanciarne l’uso con attività che promuovano il pensiero critico e il coinvolgimento cognitivo. Come fare?
Freeman e Deslauriers sostengono l’importanza di strategie di apprendimento attivo che coinvolgano gli studenti quando studiano. La stessa ricerca qui analizzata sostiene tale approccio come soluzione per mitigare l’impatto negativo degli strumenti di IA sul pensiero critico.
A scuola si dovrebbero quindi integrare esercizi di ragionamento complesso all’utilizzo dell’IA e istruire i ragazzi ad una valutazione critica dei contenuti generati. Questo è possibile attraverso lo sviluppo delle abilità metacognitive degli studenti, aiutandoli quindi a diventare consapevoli di quando e come utilizzare gli strumenti di IA in modo appropriato senza compromettere il loro sviluppo cognitivo.
Una piccola nota aggiuntiva rispetto ai giovani (ma non solo). Lo stesso autore di questa ricerca aveva già analizzato l’impatto degli influencer virtuali. Il quadro che emergeva era quello di un certo effetto sul comportamento dei consumatori e sui loro processi decisionali, riducendo potenzialmente una valutazione critica autonoma. La fiducia in loro porta ad accettare informazioni e raccomandazioni senza un’analisi approfondita e ad una conseguente delega nei processi decisionali. Insomma, l’influsso già negativo dell’IA sul pensiero critico tende ad essere potenziata dall’affidamento agli influencer virtuali.
Conclusioni
I risultati di questo studio illuminano la complessa interazione tra l’uso di strumenti di intelligenza artificiale, l’offload cognitivo e il pensiero critico. Si dimostra una significativa (e preoccupante) correlazione negativa tra l’uso frequente di strumenti di intelligenza artificiale e le capacità di pensiero critico. Il tutto, mediato dal fenomeno della delegazione cognitiva.
Nonostante gli innegabili vantaggi dell’IA in termini di efficienza e accessibilità, l’impatto negativo può essere altrettanto importante. Soprattutto sui più giovani rispetto a cui è fondamentale attivare interventi educativi che promuovano l’impegno critico con queste tecnologie. Anche un livello di istruzione più elevato è “protettivo” rispetto al mantenimento di maggiori capacità di pensiero critico.
È chiaro che si tratta di primi studi che andranno approfonditi nel lungo termine.
Non dobbiamo rinunciare ai vantaggi del progresso; tuttavia, bisogna imparare a monitorarne anche gli effetti negativi perché non influenzino le nostre migliori capacità di pensiero.



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