
Viviamo in un’epoca dominata dal consumismo, dove l’idea di base è che più compri, più sei felice. Di conseguenza, più possibilità di scelta hai, più benessere potrai ottenere.
Questo lo vediamo non solo relativamente agli oggetti, ma persino al lavoro.
Un tempo, le opzioni di studio e carriera erano varie, ma non infinite. Oggi, apparentemente, puoi diventare quello che vuoi. Le scelte non sono più così nette, ti dicono che puoi inserire un tuo tocco personale, creare il tuo lavoro, persino se si tratta di qualcosa che ancora non esiste. Inventalo!
Ogni porta sembra aperta. Questo, ci dovrebbe rendere profondamente soddisfatti. Tuttavia, ci dimentichiamo di un piccolissimo particolare: il nostro essere umani.
Insomma, il nostro cervello non funziona così; sembra non sia, infatti, programmato per la società dell’infinito piacere da scegliere su cataloghi interminabili.
L’esperimenti della marmellata
Nel 2000, gli psicologi Sheena Iyengar e Mark Lepper hanno scosso la convinzione che più scelta equivalesse a più soddisfazione con il celebre “esperimento della marmellata”.
La loro indagine si articolò in tre studi distinti (due sul campo e uno in laboratorio), coinvolgendo diverse tipologie di partecipanti e contesti.
Studio 1: l’esperimento delle marmellate
La prima parte venne condotta in un supermercato di lusso (Draeger’s Supermarket) in California, dove furono osservati circa 754 clienti.
Si allestì un banchetto per la degustazione di marmellate esotiche con due condizioni alternate: una con 6 varietà (scelta limitata) e una con 24 varietà (scelta estesa).
Come tutti potremmo immaginare, il set da 24 marmellate attirò più persone (60% dei passanti) rispetto a quello da 6 (40%). Ma è proprio qui che la realtà inizia a divergere dalla nostra rappresentazione. Nonostante la maggiore attrazione iniziale, infatti, solo il 3% dei clienti esposti alle 24 opzioni effettuò un acquisto, contro il 30% di quelli che avevano di fronte solo 6 opzioni.
Studio 2: Il saggio per crediti extra
A questa seconda analisi parteciparono 197 studenti di un corso di psicologia sociale della Stanford University a cui fu offerta la possibilità di scrivere un breve saggio per ottenere punti extra. Furono quindi divisi in due gruppi: uno ricevette una lista di 6 possibili argomenti, l’altro una lista di 30 argomenti.
In questo caso, il 74% degli studenti con 6 opzioni completò il compito, rispetto al 60% di quelli con 30 opzioni. Non solo: i saggi scritti dagli studenti del gruppo “scelta limitata” furono giudicati di qualità significativamente superiore rispetto a quelli del gruppo “scelta estesa”.
Studio 3: L’esperimento dei cioccolatini
L’ultima parte dell’esperimento fu condotta in laboratorio con 134 studenti della Columbia University. In questi caso, i partecipanti dovevano scegliere un cioccolatino da un set di 6 (scelta limitata) o di 30 (scelta estesa). Furono misurate la soddisfazione anticipata, la difficoltà del processo e il piacere della degustazione. E cosa venne fuori? Che i partecipanti con 30 opzioni trovarono il processo più divertente, ma anche decisamente più difficile e frustrante. E, addirittura, dopo l’assaggio il gruppo della scelta estesa si dichiarò meno soddisfatto e provò più rimpianto rispetto al gruppo della scelta limitata.
Un ulteriore elemento di interesse è che, al momento di scegliere la ricompensa per la partecipazione, solo il 12% del gruppo con 30 opzioni scelse una scatola di cioccolatini, preferendo i soldi, contro il 48% del gruppo con 6 opzioni.
Le conclusioni degli Autori
Cosa ci può dire tutto questo? Iyengar e Lepper conclusero che, sebbene un’ampia varietà possa apparire inizialmente più attraente e desiderabile, essa finisce per essere demotivante.
L’eccesso di opzioni può infatti:
- paralizzare la decisione, portando le persone a non scegliere affatto per evitare lo sforzo cognitivo o il timore dell’errore;
- ridurre la soddisfazione post-decisionale e aumentare il rimpianto per le opzioni non scelte;
- abbassare la qualità delle prestazioni quando la scelta riguarda compiti complessi.
Questi risultati hanno gettato le basi per la teoria del paradosso della scelta, dimostrando che in molti contesti “il meno è più”.
Il paradosso della scelta
Il fenomeno, battezzato appunto da Barry Schwartz come “il paradosso della scelta”, identifica una soglia oltre la quale l’abbondanza di alternative non genera libertà e piacere, ma paralisi decisionale, ansia e insoddisfazione.
Vediamo, di seguito, i pilastri fondamentali di questa teoria.
La paralisi decisionale
Il primo effetto del paradosso è l’incapacità di compiere una scelta. Quando il numero di alternative diventa eccessivo, lo sforzo cognitivo richiesto per valutarle supera le risorse a nostra disposizione. Herbert Simon (premio Nobel per l’economia) teorizzò il concetto di “razionalità limitata”, spiegando che la nostra capacità decisionale è vincolata da limiti cognitivi, tempo e informazioni disponibili. Per questo, probabilmente, all’aumentare delle opzioni, aumenta la probabilità di “congelarsi” di fronte al problema per paura di sbagliare, portando spesso all’abbandono totale dell’esperienza di acquisto.
Diminuzione della soddisfazione e rimpianto
Anche quando si riesce a prendere una decisione, l’eccesso di opzioni riduce la felicità post-acquisto. Perché?
La mente umana tende a immaginare le caratteristiche positive delle opzioni scartate, portando l’individuo a chiedersi costantemente se un’altra scelta lo avrebbe reso più felice.
Inoltre, un vasto assortimento gonfia le aspettative di trovare l’opzione “perfetta”; quando il risultato finale è inevitabilmente imperfetto, si genera un senso di fallimento personale o disillusione.
Teoria dei due processi
Daniel Kahneman distingue tra Sistema 1 (intuitivo) e Sistema 2 (razionale) della nostra mente. La paralisi emerge quando il Sistema 2 è sovraccaricato da una complessità che non può gestire in modo sostenibile (ho parlato diffusamente di questi sistemi qui).
Quando avviene il paradosso della scelta
Ma questo paradosso si verifica sempre? In realtà, dopo lo studio di Iyengar e Lepper, molte altre ricerche non riuscirono a replicare lo stesso effetto, portando a un’incertezza su quanto il fenomeno fosse reale.
Nel 2015 è stata quindi condotta una meta-analisi di 99 osservazioni con oltre 7.200 partecipanti per identificare non solo se il sovraccarico di scelta esista, ma soprattutto quando si verifichi.
I 4 moderatori della paralisi decisionale
Dall’approfondimento, è emerso come una grande possibilità di scelta non sempre porti a paralisi decisionale. È necessario che siano presenti anche alcuni cosiddetti “moderatori”, cioè quattro condizioni cruciali che influenzano la possibilità di bloccarsi di fronte a troppe opzioni. Queste sono:
- Complessità del set di scelta: il sovraccarico aumenta se non c’è un’opzione chiaramente dominante, se le opzioni sono molto attraenti (rendendo difficile scartarle) o se hanno caratteristiche difficili da confrontare tra loro.
- Difficoltà del compito decisionale: la paralisi è più probabile sotto pressione temporale, quando dobbiamo giustificare la nostra scelta ad altri o quando ogni opzione è descritta da troppi attributi tecnici.
- Incertezza delle preferenze: chi non ha competenze specifiche nel settore in cui avviene la decisione o non ha un punto ideale già definito in mente fatica molto di più di fronte a tante opzioni rispetto ad un esperto.
- Obiettivo della decisione: se lo scopo dell’utente è massimizzare l’accuratezza riducendo al minimo lo sforzo cognitivo, il sovraccarico è garantito. Al contrario, se l’obiettivo è il “browsing” (guardare per piacere) o l’esplorazione, l’abbondanza è percepita positivamente.
I 4 indicatori di sovraccarico cognitivo
Gli autori Chernev, Böckenholt e Goodman dimostrarono anche, scientificamente, che esistono quattro diverse reazioni psicologiche ugualmente efficaci nel misurare il sovraccarico di scelta. Le stesse possono essere usate in modo intercambiabile nelle ricerche per valutare il livello di appesantimento cognitivo:
1. Diminuzione della soddisfazione o della fiducia nella scelta.
2. Aumento del rimpianto post-acquisto.
3. Rinvio della scelta (non scegliere affatto).
4. Maggiore probabilità di cambiare idea.
Conclusioni della ricerca
Questo studio giunge a una conclusione forte che smentisce, in parte, alcune analisi precedenti. Il paradosso della scelta è sì un fenomeno reale e significativo, ma è strettamente legato al contesto. Gli autori spiegano che non è, infatti, solo il numero di opzioni a bloccarci, ma la combinazione di quel numero con i quattro moderatori sopra elencati.
In sintesi, l’abbondanza di possibilità è un beneficio solo quando il consumatore ha preferenze chiare, una certa competenza nel settore e il compito di valutazione è strutturato in modo semplice; in tutti gli altri casi, l’eccesso di opzioni diventa un costo cognitivo che riduce il benessere.
La paralisi decisionale nell’era dell’intelligenza artificiale
La situazione odierna, con l’IA che rende possibile svolgere, anche da soli, un’infinità di compiti per cui prima avremmo dovuto chiedere aiuto a molte figure professionali, estremizza il paradosso. Di fronte a noi si stende un’ampissima gamma di opzioni. Dove vuoi andare oggi? Cosa vuoi diventare? Scegli e l’IA ti aiuterà. Eh, appunto: scegli.
Fra migliaia di opzioni personalizzate, devi decidere quella che proprio si adatta a te, che ti rappresenta meglio, che può portarti più facilmente ai tuoi obiettivi. Ma…e se poi sbaglio? E se poi era meglio andare in quella direzione invece che in questa? Se poi mi pento? Ecco che arriva il blocco.
A questo, in più, si aggiunge l’opacità dei sistemi di intelligenza artificiale; in pratica, non capiamo come il sistema sia arrivato ad una scelta e se, quindi, sia veramente la più sensata e ci si possa fidare.
Non sottovalutiamo neanche l’effetto che ha su di noi la molteplicità di soluzioni, poiché sistemi diversi possono dare consigli differenti a cui si aggiunge il fatto che anche nello stesso sistema le opzioni possono cambiare continuamente. L’aggiornamento porta infatti a nuove “conoscenze” che possono velocemente inserire ulteriori opzioni, alimentando il ripensamento cronico. La ricetta perfetta per l’angoscia!
IBM Watson for oncology
Un caso emblematico di paralisi decisionale indotta dall’IA è quello di IBM Watson for Oncology, un sistema di intelligenza artificiale nato per supportare gli oncologi nell’identificazione delle migliori terapie.
Nell’uso del sistema, i medici si sono trovati spesso paralizzati di fronte a raccomandazioni di trattamento con differenze di confidenza minime (es. 89% vs 87%), senza una spiegazione comprensibile del perché una fosse preferibile all’altra. Invece di fornire una sintesi chiara, il sistema spesso produceva una mole di opzioni terapeutiche non contestualizzate.
Gli oncologi si trovavano così a dover passare più tempo a validare le proposte dell’IA che a prendere decisioni cliniche autonome o a non sapere cosa fare quando la differenza fra le scelte possibili era minima, senza capire da cosa derivassero le soluzioni proposte.
Come uscire dalla paralisi
Sapere che il paradosso della scelta esiste non basta. La domanda davvero utile è un’altra: cosa possiamo fare, concretamente, per non restare bloccati? La ricerca psicologica offre alcune risposte solide. Non si tratta di consigli generici, ma di strategie che affondano le radici in studi empirici e che possono essere applicate con relativa facilità nella vita quotidiana e professionale.
1. Diventare “soddisfacenti”
Gli studi di Schwartz e collaboratori hanno identificato due profili decisionali opposti: i massimizzatori — che vogliono sempre la scelta ottimale e continuano a cercare finché non la trovano — e i soddisfacenti, che si fermano alla prima opzione che supera una soglia di accettabilità definita in anticipo. Il paradosso che emerge dalla ricerca è questo: i massimizzatori ottengono oggettivamente risultati migliori (i laureati massimizzatori, per esempio, trovano lavori con stipendi mediamente più alti), ma si sentono meno soddisfatti, più ansiosi e più esposti al rimpianto. I soddisfacenti, al contrario, riferiscono livelli più alti di benessere psicologico.
Il punto chiave è che essere soddisfacenti non significa accontentarsi passivamente: significa scegliere deliberatamente di non cercare oltre una volta che i propri criteri sono stati soddisfatti. È un atto di autoregolazione cognitiva, non di resa.
Vale però la pena fare una precisazione. Ricerche successive a quelle di Schwartz hanno mostrato che il profilo del massimizzatore non è un blocco monolitico: al suo interno si distinguono tre tendenze — la ricerca estenuante di alternative, la difficoltà a decidere, e il mantenere standard elevati. E non tutte e tre pesano allo stesso modo sul benessere. Avere standard alti, di per sé, non è un problema: alcune ricerche mostrano addirittura una correlazione positiva con l’ottimismo. Il vero elemento tossico è la combinazione tra la ricerca compulsiva di alternative e l’incapacità di chiudere quella ricerca. In altre parole: non è patologico chi si vuole fermare solo al meglio. È in trappola chi non riesce più a smettere di cercare.
2. Pre-filtrare le opzioni con criteri di esclusione
Se ricordiamo i quattro moderatori della paralisi decisionale emersi dalla meta-analisi di Chernev e colleghi, uno dei più potenti è l’incertezza delle preferenze. La soluzione è dunque chiarire le proprie preferenze prima di incontrare le opzioni, non durante. In pratica: stabilire a priori i criteri irrinunciabili e usarli come filtri eliminatori.
Chi cerca casa, per esempio, può decidere in anticipo di escludere automaticamente qualsiasi appartamento senza posto auto o oltre una certa distanza dal lavoro. Non si tratta di restringere la mente, ma di proteggere le risorse cognitive da un confronto impossibile fra troppe alternative.
3. La regola del 60–80% delle informazioni
Uno degli errori più comuni di chi tende alla paralisi è aspettare di avere tutte le informazioni possibili prima di decidere. Ma la certezza assoluta è un’illusione: nuovi dati generano nuove domande, e il ciclo di raccolta non si chiude mai. La ricerca sulla gestione delle decisioni in contesti ad alta complessità suggerisce che agire quando si dispone di una quota compresa tra il 60 e l’80% delle informazioni rilevanti è sufficiente nella stragrande maggioranza dei casi. Il 20–40% rimanente raramente cambia l’esito, ma può consumare una quantità sproporzionata di tempo ed energia mentale.
4. Fissare una scadenza decisionale
In assenza di un limite temporale, la riflessione tende a espandersi all’infinito. Imporsi una scadenza precisa (“decido entro venerdì alle 18”) attiva un vincolo cognitivo che spinge il cervello a concentrarsi sulle informazioni davvero rilevanti, scartando il rumore di fondo.
5. Smettere di cercare rassicurazioni (e di fare “un ultimo confronto”)
Uno dei meccanismi più insidiosi che mantiene viva la paralisi è la ricerca compulsiva di ulteriori informazioni o conferme: un’altra recensione, un altro confronto, un altro parere. La psicologia strategica breve di Giorgio Nardone mostra come queste “tentate soluzioni ridondanti” – i tentativi di controllo mentale che applichiamo per ridurre l’ansia – paradossalmente la amplifichino. Ogni rassicurazione cercata comunica al cervello che la situazione è effettivamente pericolosa, rafforzando il blocco. Imparare a tollerare l’incertezza residua, anziché cercare di eliminarla, è una delle leve più efficaci per sbloccarsi.
6. La mindfulness come strumento di chiarezza cognitiva
Numerosi studi mostrano che le pratiche di mindfulness riducono la ruminazione e migliorano la qualità del processo decisionale, in particolare nelle situazioni ad alta complessità. Il meccanismo è duplice: da un lato, abbassano il livello di attivazione emotiva (l’ansia da prestazione tipica di chi deve scegliere bene); dall’altro, allenano la capacità di osservare i propri pensieri senza identificarsi con loro o trattarli come verità assolute. Chi è bloccato di fronte a troppe opzioni spesso non sta valutando le alternative: sta vivendo il timore di sbagliare come una minaccia concreta.
Il problema non è scegliere meglio: è scegliere in pace
Ciò che accomuna tutte queste strategie è una premessa implicita ma fondamentale: l’obiettivo non è eliminare l’incertezza dalla scelta, ma ridurre il costo psicologico del processo decisionale.
Nessuna delle opzioni che affrontiamo nella vita — professionale o personale — è mai perfetta. La perfezione è una costruzione mentale che, quando diventa il metro di misura, trasforma qualsiasi scelta in una potenziale fonte di angoscia.
La libertà di scelta è un privilegio enorme. Ma, come ci ha insegnato Schwartz, diventa una trappola quando la trattiamo come un’equazione da risolvere con un unico risultato possibile anziché come un atto umano, imperfetto e necessariamente parziale.
Il modo migliore per sfruttare davvero l’abbondanza di opzioni che il mondo contemporaneo ci offre è proprio questo: imparare a scegliere senza pretendere di aver scelto il meglio. Scegliere abbastanza bene e andare avanti.



Davvero molto interessante! Lo dico da venditore e da formatore di venditori, quindi da persona che vive l’indecisione sia quando sono io quello che deve scegliere, sia quando lo sono i miei clienti, o i clienti dei miei clienti. Anni fa ho scritto un post su LinkedIn proprio su questo argomento: quanto è difficile affrontare l’indecisione del cliente, che procrastina sine die. Avendo cominciato a fare questo lavoro agli albori di internet, ho visto come il fenomeno è andato aggravandosi col tempo. La mole di informazioni disponibili sono aumentate sempre di più, e l’AI ha ulteriormente peggiorato la cosa. Tutti possiamo effettuare ricerche fino allo sfinimento quando ci serve qualcosa, e resta sempre quel dubbio anche dopo l’acquisto “forse esisteva una alternativa ancora migliore”. Un tempo la classica “short list” era di 3 alternative, un numero che il nostro cervello gestisce facilmente. Oggi quante sono, 10-15? Uscire vincitori da una selezione è diventata impresa titanica. Anche i principi di persuasione di Cialdini hanno perso di efficacia. Insomma, che fatica! Cosa dovrebbe fare un venditore che vuole una risposta ma non vuole essere pressante?
Grazie per il feedback, Alessandro. Probabilmemnte la soluzione sta proprio in quei 4 moderatori. Oggi come oggi l’alternativa non è dare più scelte possibili, anche se viene naturale farlo, ma cercare di ridurre le opzioni, probabilmente facendo lei un lavoro a monte in cui valuta ciò che cerca il cliente, quali criteri sono più importanti per lui e realizzando una prima selezione per ridurre le opzioni a sua disposizione e rendendole più facili da capire e differenziare fra loro.