La curiosità: cos’è, caratteristiche e benefici

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Bambino che si affaccia per curiosare

Parlando di innovazione, non possiamo certo ignorare uno dei tratti più tipici dell’essere umano: la curiosità. Perché, in generale, siamo portati a capire come funzionano le cose, a scoprire nuovi aspetti del mondo, siamo attratti dalla novità? Ma soprattutto: perché alcune persone hanno particolarmente sviluppato questo tratto e non si accontentano di quello che vedono, ma sentono continuamente il bisogno di andare oltre?

Tutti nasciamo con un istinto innato verso la curiosità. Se ci pensi, la nostra vita è spesso un equilibrio difficile fra la ricerca di novità e l’anelito alla sicurezza e alla stabilità. C’è chi è più inclinato verso un lato o l’altro di questa linea continua e chi, invece, si barcamena nel mezzo dosando tranquillità ed eccitazione nella ricerca di un equilibrio perfetto.

Fin da piccoli, tendiamo ad esplorare l’ambiente intorno a noi e questo obbliga gli adulti a tenere gli occhi ben aperti per evitare che, nella nostra smania di scoperta, non ci imbattiamo in qualche pericolo che non siamo ancora in grado di valutare.

Non parliamo poi del famoso rituale dei “perché” attraverso cui sono passati tutti i genitori, prima o poi, che ha messo a dura prova la loro pazienza e costanza nel rispondere.
Inutile dire che la curiosità è un elemento fondamentale per crescere e imparare, poiché ci spinge a cercare nuove informazioni e a vivere esperienze. È, insomma, un motivatore dell’apprendimento ed influisce spesso anche nelle nostre decisioni.

Crescendo, tuttavia, questo aspetto tende a differenziarsi sempre più nelle varie persone. Come dicevo, c’è chi cerca di stabilizzarsi sul lato routinario del continuum fra frenesia e sicurezza e chi si sporge molto di più su quello della ricerca continua dell’eccitazione. Nel mezzo, un’infinita gamma di possibilità e sfumature che distinguono ciascuno di noi.
Non solo questo tratto differenzia gli esseri umani, ma anche all’interno di ognuno di noi evolve e cambia con il passare degli anni; anzi, fluttua persino all’interno della stessa giornata!

Cerchiamo allora di capire qualcosa di più di questo istinto umano così poco compreso, ancora, nei suoi meccanismi e nella sua base neurale.

L’importanza della curiosità nelle nostre vite

La curiosità è un componente così basilare della nostra natura che siamo quasi inconsapevoli di quanto pervada le nostre vite. Pensa a quanto tempo trascorriamo cercando e consumando informazioni, che si tratti di navigare in internet, leggere libri o riviste o guardare la TV.
Anche la quantità di curiosità che ci permea influisce sulle nostre vite: la sua diminuzione è uno degli aspetti della depressione e un eccesso contribuisce alla distraibilità.

Tuttavia, nonostante la sua importanza, ancora manca una teoria globale sulle basi, i meccanismi e lo scopo della curiosità. Solo recentemente psicologi e neuroscienziati hanno tentato di scoprire molto di più sull’argomento.

Definizione di curiosità

Il primo problema è la mancanza – a livello scientifico – di una definizione unica ampiamente accettata del termine. Molti scienziati pensano che la curiosità sia un sottotipo della categoria più ampia della ricerca di informazioni. Ma distinguere chiaramente tra la prima e la seconda è difficile.
Di conseguenza, molte ricerche si sono concentrate su aspetti differenti come il gioco, l’esplorazione, l’apprendimento per rinforzo, l’apprendimento latente, la neofilia e il desiderio di informazioni. Gli studi che, invece, utilizzano il termine curiosità in senso più generale spaziano ampiamente nelle tematiche approfondite. Segno ulteriore di come non sia stato ancora identificato cosa si intende specificamente con questa parola.

Il filosofo e psicologo William James definì la curiosità come “l’impulso verso una migliore cognizione”, cioè il desiderio di comprendere ciò che si sa di non sapere. Nei bambini, si manifesta con la ricerca di oggetti con qualità nuove e sensazionali. In seguito, crescendo, questa curiosità lascia il posto a una forma più intellettuale, un impulso verso una conoscenza scientifica e filosofica più completa.

Alcuni psicologi considerarono la curiosità come una spinta di base di per sé che porta gli esseri umani (e alcuni animali) a impegnarsi in comportamenti di risoluzione di problemi che non determinano alcuna ricompensa tangibile. Come se la curiosità fosse già una ricompensa in sé.

Le dimensioni della curiosità secondo berlyne

Lo psicologo Daniel Berlyne fu tra le figure più importanti nello studio della curiosità nel Novecento. Egli distinse i tipi di curiosità lungo due dimensioni: percettiva contro epistemica e specifica contro diversiva.
La curiosità percettiva si riferisce alla forza trainante che motiva gli organismi a cercare stimoli nuovi, che diminuisce con l’esposizione continuata. Essa è il principale motore del comportamento esplorativo.
Opposta alla curiosità percettiva c’è la curiosità epistemica, una spinta volta a ricercare informazioni con lo scopo di ridurre l’incertezza e di acquisire conoscenza. Questa è applicabile prevalentemente agli esseri umani, mentre quella percettiva si ritrova anche negli animali.

La seconda dimensione della curiosità descritta da Berlyne è la specificità informativa. La curiosità specifica si riferisce al desiderio di una particolare informazione, mentre quella diversiva è relativa ad un desiderio generale di stimolazione percettiva o cognitiva (ad es., in caso di noia, cerchiamo qualcosa che ci attivi).

Nella visione contemporanea la curiosità è intesa come una forma speciale di ricerca di informazioni con una spinta intrinseca, a differenza della ricerca di informazioni più in generale che può essere determinata sia internamente che esternamente.
Tuttavia, spesso è difficile per un osservatore esterno sapere se qualcuno è motivato intrinsecamente o estrinsecamente.

Che funzione ha la curiosità?

Le informazioni hanno un valore importante e concreto per qualsiasi organismo che le sappia utilizzare. Così essenziali, in alcuni casi, da poter fare la differenza fra vita e morte ma anche, meno drasticamente, fra successo e insuccesso. Di certo è qualcosa che, in linea generale, ci tutela (banalmente, anche dall’essere truffati).

Per conoscere, dobbiamo passare attraverso l’apprendimento. Per questo, la teoria più popolare riguardo alla funzione della curiosità è che essa abbia lo scopo di motivare studio e conoscenza.
Secondo George Loewenstein la curiosità è “una privazione indotta cognitivamente che nasce dalla percezione di un gap nella conoscenza e comprensione”. Essa funziona quindi come altre pulsioni; come la fame, ad esempio, che motiva a mangiare. Una piccola quantità di informazioni funge da dose di innesco, che aumenta notevolmente la curiosità (così come una piccola quantità di cibo stimola l’appetito). Continuando col paragone, possiamo dire che il consumo di informazioni è gratificante ma, alla fine, quando sono state consumate a sufficienza, si verifica la sazietà e le informazioni servono a ridurre ulteriormente la curiosità.

I meccanismi neurali della curiosità

La ricerca di Kang

Kang e colleghi hanno scoperto che la curiosità migliora l’apprendimento, in linea con la teoria che la funzione primaria della curiosità sia quella di facilitarlo.

Essi hanno utilizzato un compito di induzione della curiosità per testare l’ipotesi di Loewenstein secondo cui questo istinto riflette un gap informativo.
I partecipanti alla ricerca leggevano domande di “Trivia” e valutavano i loro sentimenti di curiosità mentre erano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI). L’attività cerebrale nel nucleo caudato e nel giro frontale inferiore (IFG) era associata alla curiosità che veniva auto-riferita. Queste strutture sono solitamente attivate dall’anticipazione di molti tipi di ricompense. Quindi, questi risultati suggeriscono che la curiosità suscita un’anticipazione di uno stato di ricompensa, coerente con la teoria di Loewenstein. Questo spiega perché possa essere piacevole ed eccitante.

Un risultato interessante di questo studio del 2009 fu che il nucleo accumbens, una delle strutture più spesso eccitate nell’anticipazione della ricompensa, non fosse attivato. Quando la risposta veniva rivelata, le eccitazioni erano presenti soprattutto in strutture associate all’apprendimento e alla memoria, come il giro paraippocampale e l’ippocampo.
Un altro elemento interessante è che l’effetto di ricompensa era particolarmente forte nelle prove in cui le ipotesi dei soggetti erano errate. Quindi, laddove l’apprendimento era maggiore.

La ricerca di Gruber

In un’altra ricerca nel 2014, Gruber e colleghi misurarono l’attività cerebrale mentre i soggetti rispondevano a domande di “Trivia” e valutavano la loro curiosità per ogni domanda. Venivano inoltre mostrate fotografie intercalate di volti sconosciuti e neutri. Ad un successivo test si rilevò che i soggetti ricordavano meglio i volti mostrati nelle prove di alta curiosità rispetto ai volti mostrati nelle prove di bassa curiosità.
Questo ci dice che lo stato di curiosità porta ad un migliore apprendimento, anche per le cose che non interessano. Come se il suo potere di stimolare la nuova conoscenza si espandesse oltre all’oggetto stretto della nostra curiosità, andando a toccare tutto ciò che vi si associa anche temporalmente.

In questo studio, la curiosità attivava sia il mesencefalo (nelle regioni dopaminergiche) sia il nucleo accumbens. La memoria era invece correlata con l’attività del mesencefalo e dell’ippocampo.
Questi risultati (parzialmente differenti dal precedente studio) sembrano suggerire che, sebbene la curiosità rifletta una motivazione intrinseca, sia mediata dagli stessi meccanismi delle ricompense motivate estrinsecamente.

Le caratteristiche delle persone curiose

Come dicevo all’inizio, alcune persone tendono ad essere sistematicamente più curiose di altre. Tali soggetti tendono a presentare alcune caratteristiche che, tendenzialmente, li accomunano.

Cosa li spinge e in quali direzioni? Quali azioni mettono in atto più frequentemente di altri? Basandosi anche su quanto scoperto in differenti ricerche, le seguenti sarebbero alcune delle abitudini e dei tratti più frequenti nelle persone curiose:

  1. Sono ottimiste. Tendenzialmente, hanno visioni più positive del futuro, forse perché riescono a immaginare di trovare soluzioni ai problemi e sentono di avere ancora molto da imparare. Vivono il mondo come un enorme e divertente quiz.
  2. Sono creative. Sebbene creatività e curiosità non coincidano, persone curiose possono essere più facilmente creative (perché si trovano più facilmente in quelle situazioni che stimolano la creatività) e chi è creativo è necessariamente curioso.
  3. Cercano spazi di transizione. Le persone curiose sono a loro agio negli spazi di confine, nelle situazioni non definite. Non si affrettano ad avere tutto sotto controllo, ma stanno comodi nella fase di transizione del non-conoscere, godendosi l’esplorazione per colmare il divario tra ciò che sanno e ciò che non sanno.
  4. Formano connessioni tra le idee. Invece di pensare in maniera verticale, le menti curiose pensano più spesso degli altri in modo laterale. Invece che praticare il pensiero logico e causale, amano connettere i concetti in rete e cogliere legami inaspettati fra le idee attraverso quella che è definita la creatività combinatoria.
  5. Fanno più domande e più approfondite. La “fase del perché” sembra non essere mai finita per loro. Amano porre frequentemente domande agli altri e a se stessi, scoprendo nuove cose, ma anche punti di vista differenti sulle stesse situazioni. Il che apre la loro mente. Le loro richieste non sono superficiali, ma amano andare a fondo nei dettagli per capire meglio.
  6. Ascoltano attentamente. Non basta fare domande, se poi non si ascolta l’altro e la sua analisi delle cose. I curiosi apprendono con la mente aperta, pronti a vedere il mondo anche con gli occhi degli altri per scoprire nuovi punti di vista senza combatterli aprioristicamente se non coincidono con quanto pensano. Il loro ascolto non è superficiale, ma sono sinceramente interessati a capire come pensano, si comportano e si sentono le altre persone.
  7. Hanno molti interessi (e ne esplorano continuamente di nuovi). Un altro modo di fare domande è non solo verso le persone, ma verso la vita in generale. Desiderano scoprire cose nuove, sono attratti da molte differenti attività o conoscenze, spesso anche molto diversificate fra loro. Vogliono aumentare le proprie competenze e abilità. Il rischio, naturalmente, è che se questa curiosità non viene incanalata in un progetto chiaro, finisca per essere dispersiva, facendoli passare da un tema all’altro anche solo per il piacere di esplorare.
  8. Leggono di più e più approfonditamente. È probabilmente una naturale conseguenza del punto precedente. Spesso, per apprendere è necessario leggere. Per questo tendono a farlo frequentemente, su argomenti differenti e vanno a fondo delle questioni che stanno esplorando.
  9. Affrontano volontariamente compiti impegnativi. Il loro gusto per l’esplorazione li porta a cimentarsi in sfide per potere fare esperienze diversificate e comprendere le cose in modo diretto. Sono, quindi, più proattivi. Non solo non si tirano indietro se c’è qualcosa di nuovo, ma lo vanno a cercare volontariamente, non attendono che gli “arrivi addosso”.
  10. Ammettono l’ignoranza. Non fanno fatica a mostrare apertamente di non sapere e a chiedere a chi è più esperto. E amano poi condividere le loro nuove conoscenze con gli altri.
  11. Mettono in discussione gli schemi consolidati. Una loro caratteristica è quella di non dare per scontate le cose; non si accontentano delle solite definizioni o di ciò che per altri non va messo in discussione. Amano vedere altre strade, nuove vie per fare le cose o per interpretare gli eventi, sperimentando continuamente.
  12. Accettano l’errore. Vedono l’errore o ciò che esce dal previsto non come qualcosa da cancellare o di cui vergognarsi, ma come nuova fonte di curiosità e informazione. Vanno ad esplorare ciò che non gli torna, cercando di trovare un senso al nuovo e inaspettato che è emerso.
  13. Accolgono il cambiamento continuo. Il divenire incessante del mondo e della società viene visto come inevitabile e qualcosa da cui trarre piacere esplorativo, non timore. In un certo senso, sono quello che Nassim Taleb definirebbe “antifragile”, cioè non sono solo resilienti e capaci di tornare all’omeostasi precedente agli eventi avversi. Ma sono persino capaci di prosperare in tempi di cambiamento.

Naturalmente, non tutti i tratti sono presenti in ogni soggetto curioso e, soprattutto, non tutti allo stesso livello. Ma, tendenzialmente, queste sono caratteristiche che è più facile ritrovare in tale genere di persone e che sono spesso legati l’uno all’altro.

I benefici della curiosità (anche nell’innovazione)

Essere curiosi apporta molti benefici. Aiuta il nostro cervello a mantenersi giovane (avevo parlato diffusamente del perché nell’ebook “8 strategie per sviluppare la tua mente” che puoi scaricare gratuitamente qui), ti fa crescere costantemente sia personalmente che professionalmente, favorisce relazioni migliori, visto che è collegato ad un ascolto più attento, empatico e non giudicante.

E, grazie alla capacità di navigare nell’incertezza, all’amore per l’approfondimento e la conoscenza, alla capacità di problem solving e all’attitudine al cambiamento e alla flessibilità mentale, può facilmente portarti al successo. Infatti, se vedi, queste caratteristiche sono importanti in chi vuole realizzarsi in un qualsiasi campo, e diventano essenziali se si tratta di innovazione.

Questo perché ti spinge in territori inesplorati, permettendoti di fare scoperte, scoprire ed afferrare opportunità, farti vedere aspetti che altri non colgono. Anche se la curiosità da sola potrebbe non necessariamente portare al successo, è un ottimo punto di partenza per raggiungere grandi risultati.

Inoltre, proprio per la tendenza di queste persone ad essere più aperte agli altri, di volere apprendere, di domandare e ascoltare con attenzione, senza giudizio, è più facile che creino relazioni positive ed empatiche, che è una delle basi del successo. Abbiamo infatti visto come l’intelligenza emotiva sia fra gli aspetti più importanti per ottenere grandi risultati sul lavoro (più delle competenze tecniche).

Un altro aspetto che potremmo far rientrare fra i benefici è la sua capacità auto-rinforzante. La curiosità è solitamente scatenata dalla passione per il sapere, ma ha il grande vantaggio di funzionare anche nel senso opposto. Si inizia spesso ad analizzare qualcosa per curiosità, ma più si apprende, più la conoscenza diventa entusiasmante. Insomma, approfondisco perché sono curioso e sono curioso perché approfondisco, nel migliore dei circoli virtuosi. La curiosità è a doppio senso, poiché tutto diventa ancora più intrigante quanto più impariamo e capiamo.

Conclusioni

Visti i numerosi effetti positivi della curiosità, è sicuramente una buona idea cercare di “esercitarla”. Sì, perché se è vero che, presumibilmente, la curiosità ha una componente anche genetica, è altrettanto vero che – come nel caso della creatività, sua parente stretta – è possibile apprendere ad essere più curiosi, ad esempio approfondendo e cercando di migliorare negli aspetti sopra citati.

Indipendentemente da dove la si eserciti (lavoro, studio, vita privata), è una qualità che può aggiungere felicità, successo e significato alle nostre esperienze.

Infatti, nella sua esplorazione sulle caratteristiche che rappresentavano maggiormente i leader di successo per il suo libro “The Corner Office: Indispensable and Unexpected Lessons from CEOs on How to Lead and Succeed”, Adam Bryant scoprì che la curiosità era la caratteristica principale!

La cosa importante è riuscire a trovare il giusto bilanciamento fra l’eccesso di curiosità che porta ad essere distratti e dispersivi e un basso livello di questo istinto che potrebbe togliere significato e gusto alla vita.

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