
Sei in fila alla cassa del supermercato. Davanti a te ci sono tre persone. L’attesa sarà di pochi minuti.
Cosa fai?
Se sei come la maggior parte delle persone (sì, lo sei, confessalo!), probabilmente estrai lo smartphone. Un’occhiata alle notifiche, un rapido controllo dei social, qualche messaggio, magari una breve ricerca su Internet.
La scena è così comune da sembrare normale. Eppure, fino a pochi anni fa, quei minuti sarebbero stati trascorsi osservando l’ambiente, lasciando vagare la mente o semplicemente aspettando.
Oggi, invece, la noia è diventata qualcosa da evitare a ogni costo. Ogni momento morto può essere riempito, l’attesa eliminata e ciascun desiderio soddisfatto quasi immediatamente.
Ma sei proprio sicuro che sia un vantaggio?
Secondo le neuroscienze e la psicologia cognitiva no: proprio quei momenti che cerchiamo di cancellare potrebbero essere essenziali per la creatività, la riflessione e la capacità di perseguire obiettivi importanti.
Quando il cervello sembra non fare nulla
Molte persone immaginano il cervello come una macchina che funziona al meglio quando è costantemente impegnata, ma la realtà è diversa.
Negli ultimi vent’anni è stata studiata una rete cerebrale chiamata “Default Mode Network” (DMN) che si attiva soprattutto quando non siamo concentrati su un compito specifico. Tuttavia, non significa che sia un sistema poco importante, anzi. Questa rete è infatti coinvolta in processi come l’autoriflessione, la cognizione sociale, la memoria autobiografica, la pianificazione del futuro, l’immaginazione e il cosiddetto “mind wandering”, il vagabondaggio mentale.
In altre parole, quando sembra che la mente stia “divagando”, spesso il cervello sta svolgendo un lavoro importante. Proprio le ricerche più recenti descrivono il DMN come un sistema che integra esperienze passate, informazioni presenti e possibili scenari futuri per costruire una rappresentazione coerente della nostra vita e del nostro mondo.
Il paradosso della noia
Non solo il nostro “cervello a spasso” non è un problema; c’è un altro aspetto che abbiamo sempre considerato poco utile o persino da evitare e, invece, ha una funzione importante.
La noia è stata spesso considerata soltanto un’esperienza negativa. Ai nostri tempi, poi, è diventata quasi un’esperienza da rifuggire con tutti noi stessi. Scroll infiniti, mail da leggere nelle pause, chat da scrutare in ogni momento libero, tutto pur di non rimanere fermi coi propri pensieri.
Tuttavia, nel 2014 la psicologa Sandi Mann e la collega Rebekah Cadman hanno pubblicato uno studio destinato a far discutere.
I partecipanti venivano sottoposti a compiti deliberatamente monotoni e noiosi. Successivamente veniva chiesto loro di svolgere attività creative.
Il risultato fu controintuitivo: le persone che avevano sperimentato la noia producevano idee più creative rispetto ai gruppi di controllo.
La spiegazione proposta dai ricercatori è affascinante e semplice al tempo stesso. Quando l’ambiente offre pochi stimoli, il cervello inizia a generarne autonomamente.
La noia diventa, insomma, una sorta di segnale che ci spinge ad esplorare nuove possibilità. Non rappresenta, quindi, un fallimento del sistema cognitivo; potrebbe invece essere uno dei meccanismi che favoriscono la creatività, spingendo gli individui a cercare stimoli interni quando quelli esterni sono insufficienti, favorendo così soluzioni originali.
Ci sono, però, alcuni distinguo che ci fanno capire come alcuni compiti tediosi siano più produttivi di altri a livello creativo.
Lo studio sulla noia
La ricerca è stata articolata in due studi sperimentali distinti:
Studio 1
Ha coinvolto 80 partecipanti, suddivisi tra un gruppo di controllo e un gruppo sottoposto a un’attività noiosa di scrittura (copiare numeri di telefono da un elenco per 15 minuti). Al termine, entrambi i gruppi hanno affrontato un compito di pensiero divergente, ovvero elencare il maggior numero possibile di usi per una coppia di bicchieri di polistirolo.
Studio 2
Vi partecipavano 90 persone per verificare se il tipo di attività noiosa influisse sui risultati. Sono stati creati tre gruppi: uno di controllo, uno con un compito di scrittura noiosa e uno con un compito di lettura noiosa (leggere i numeri di telefono senza copiarli). I partecipanti sono stati poi valutati su tre compiti creativi: due di pensiero divergente e uno di pensiero convergente (risoluzione di problemi logico-verbali).
I risultati
I risultati della ricerca hanno confermato che la noia può effettivamente potenziare la creatività, ma con alcune distinzioni importanti:
- Aumento della quantità di idee: nello Studio 1, i partecipanti annoiati hanno prodotto un numero significativamente maggiore di risposte nel compito creativo rispetto al gruppo di controllo, sebbene queste non fossero necessariamente giudicate più originali o di qualità superiore.
- Qualità della creatività: nello Studio 2, le attività noiose (sia lettura che scrittura) hanno portato a un aumento non solo del numero di risposte, ma anche del loro livello di creatività rispetto al gruppo di controllo.
- Superiorità della noia passiva: il compito di lettura noiosa si è rivelato più efficace di quello di scrittura nel favorire la creatività, specialmente nei compiti convergenti.
- Il ruolo del sogno ad occhi aperti: gli autori hanno concluso che le attività noiose più passive (come leggere) offrono maggiori opportunità per il sogno ad occhi aperti, il quale funge da mediatore tra lo stato di noia e l’ispirazione creativa. Al contrario, un’attività più attiva come la scrittura può parzialmente inibire la capacità della mente di vagare liberamente.
In sintesi, la noia non dovrebbe essere sempre evitata, poiché può essere una forza motivante utile per la risoluzione di problemi e l’innovazione in contesti lavorativi ed educativi.
Il costo nascosto della stimolazione continua
Naturalmente non tutta la noia è piacevole o utile, ma cercare di sfuggirvi ad ogni costo comporta un rischio che caratterizza la società contemporanea: l’eliminazione sistematica di ogni spazio mentale vuoto.
Ogni attesa viene riempita, ogni pausa di relax interrotta da una notifica, ogni momento di silenzio accompagnato da musica, podcast o video.
Non c’è mai stata un’epoca in cui fosse possibile riempire ogni spazio e questo può portare a delle conseguenze (una parte le abbiamo viste qui). Se il nostro cervello è stato creato per alternare momenti di intensa stimolazione a momenti di apparente inattività, eliminare del tutto questi ultimi potrebbe essere probabilmente dannoso.
Ad esempio, potrebbe portare ad una riduzione delle occasioni in cui il cervello entra in quelle modalità di elaborazione spontanea associate alla creatività, alla pianificazione e alla costruzione di significato personale.
Le funzioni cognitive, per lavorare al meglio, necessitano di ritmi diversi e alternati.
L’arte dell’attesa
La guerra alla noia è strettamente collegata ad un altro fenomeno psicologico: la difficoltà di aspettare.
Non solo siamo continuamente stimolati, ma siamo stati anche abituati ad avere tutto e subito. Risposte, consegne, intrattenimento e ricompense: ogni cosa deve essere immediata.
Eppure gran parte degli obiettivi che consideriamo importanti funziona secondo una logica opposta. Pensa ai risultati che ti hanno dato più soddisfazione; c’è nulla che sia avvenuto istantaneamente?
Imparare una lingua, scrivere un libro, costruire un’impresa, sviluppare una competenza professionale. Sono tutti risultati che richiedono la capacità di tollerare un periodo in cui l’impegno è immediato ma la ricompensa è lontana.
La psicologia definisce questa capacità come “differimento della gratificazione”.
Si tratta di una funzione esecutiva superiore. Quando scegliamo di non soddisfare immediatamente un bisogno, stiamo allenando la corteccia prefrontale, l’area del cervello deputata alla pianificazione, al controllo degli impulsi e al pensiero astratto.
In un certo qual modo, differire significa creare uno spazio vuoto fra il desiderio e la sua realizzazione. In questo “spazio di attesa”, la mente smette di reagire agli stimoli esterni e inizia a dialogare con se stessa, a riflettere.
La gratificazione immediata è una risposta reattiva; dallo stimolo, deve discendere subito la risposta, dal desiderio deve arrivare immediatamente la gratificazione. Il differimento, invece, trasforma questa risposta in riflessiva, permettendoci di valutare le conseguenze, ponderare le opzioni e integrare nuove informazioni.
Il paradosso della lentezza
La lentezza è il collante che tiene insieme la noia e il differimento. Mentre la velocità frammenta l’attenzione e non permette di annoiarsi, la lentezza la approfondisce.
Saper stare nella lentezza significa saper abitare il disagio di non avere risposte subito che è anche la base per la perseveranza e il raggiungimento degli obiettivi, la creazione di qualcosa.
Non a caso, la stessa incubazione delle idee è una delle fasi dell’atto creativo, che deriva da un lavoro sotterraneo in cui la lentezza, imposta dalla noia, permette alle nostre connessioni profonde di rincorrersi, scontrarsi, cercarsi fino alla maturazione di un nuovo modo di integrare le conoscenze profonde che porta all’idea creativa.
Alcuni processi cognitivi richiedono durate che non possono essere compresse perché abbisognano di riflessioni e connessioni che maturano lentamente.
La creatività non nasce soltanto dall’accumulo di informazioni, ma dalla capacità di collegarle in modi nuovi. E questa combinazione avviene frequentemente nei momenti in cui la mente non è impegnata in un compito specifico e non è dedita a passare da uno stimolo all’altro ma, piuttosto, nei momenti di vuoto e relax con la rete DMN attivata.
Per recuperare il valore della noia non è necessario isolarsi o abbandonare la tecnologia. Può bastare reintrodurre piccoli spazi di vuoto e lentezza nella vita quotidiana senza l’ansia di riempire ogni singolo istante. Inizierai a riscoprire colori, suoni, odori che non notavi più e la tua mente si farà trasportare (e il respiro rallenterà un po’). Basteranno momenti apparentemente insignificanti che permettono però al cervello di fare ciò che sa fare da milioni di anni: riflettere, collegare, immaginare.
Noia, lentezza, creatività
In che modo, quindi, sono collegati tutti questi temi? La società della stimolazione continua ci ha abituati a colmare ogni spazio, riempiendoci di attivazione dopaminergica e portandoci ad annullare la sensazione di noia. Che, però, è anche quella che permette alla mente di vagare, alle idee di incubare per attivare un po’ alla volta, in modo inconsapevole, quelle connessioni che daranno vita a qualcosa di originale.
Privati degli stimoli esterni, cerchiamo una stimolazione interna che ci porta a creare. Perché vi sia questo spazio di maturazione delle idee il tempo è essenziale. Immaginati un grande mare placido in cui, sotto la superficie, si incontra molta vita che noi non vediamo. Ad un certo punto, emerge qualcosa di unico, entusiasmante, perché il nostro cervello è riuscito a collegare elementi a livello profondo dopo che sono stati “lasciati a mollo”. Qui è essenziale la lentezza, il tempo apparentemente vuoto, perché un’ondata creativa possa emergere come combinazione nuova ed unica.
Se non ci lasciamo lo spazio per annoiarci, non accettiamo la lentezza. Se non accogliamo questa, cerchiamo continuamente soddisfazioni immediate e non diamo tempo al nostro cervello di accumulare connessioni originali. Ogni bisogno soddisfatto all’istante è un’occasione persa per fare vagare libera la nostra mente, dargli l tempo di scovare connessioni inedite. È un tempo perso a noi stessi e alla nostra parte più originale.
Quindi, se vuoi una vita più piena, calmati, rifletti, prendi tempo e annoiati.



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