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Creare innovazione contaminandosi: l’Open Innovation

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Come si può fare innovazione in un mondo che viaggia sempre più veloce, dove la globalizzazione ha abbattuto i confini, la tecnologia accelerato i tempi oltre ogni misura e la complessità richiede sempre più conoscenze che nessuna singola persona  – ma spesso neanche singole aziende – può possedere?
La risposta sta in un nuovo modo di concepire l’innovazione, figlia di questi tempi: l’open innovation.

DA CLOSED A OPEN INNOVATION

Negli anni ’30, l’economista austriaco Joseph Schumpeter definiva il concetto di innovazione come la prima introduzione nel sistema economico e sociale di un nuovo prodotto, procedimento o sistema. Allora il processo imprenditoriale era una sorta di scatola chiusa, con un inizio, una fine e un moto lineare, cioè con il passaggio dall’idea alla realizzazione e al commercio del prodotto. Questo sistema è rimasto attivo fino agli anni ’80 (lo è tuttora, in molti casi, anche se non rappresenta il sistema migliore in tante situazioni); l’innovazione era congelata in un circuito chiuso all’interno di un’impresa dove le idee erano tutelate con brevetti e protette dal segreto industriale.

La società oggi, però, è cambiata e un nuovo modello, che rifletta meglio la complessità dei fenomeni contemporanei, si è reso necessario nell’industria mondiale. Globalizzazione, mobilità del mercato del lavoro, aumento della complessità che a sua volta porta ad innalzamento dei costi di sviluppo dei prodotti, necessità di conoscenze sempre più specializzate e articolate hanno reso il vecchio sistema di innovazione non più al passo coi tempi. Oggi i concetti al centro dell’innovazione sono il network, le conoscenze differenziate e integrate, la collaborazione orizzontale e la contaminazione di idee.

Ecco quindi che entra in campo il concetto di open innovation, un approccio strategico e culturale che permette alle aziende di ampliare i propri orizzonti. Non si ricorre più o non solo a idee e risorse interne, ma ad un sistema molto più ampio che ricomprende intuizioni, strumenti e competenze che arrivano dall’esterno. In particolare da startup, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti.

Il concetto fondante dell’open innovation

L’idea alla base è che al giorno d’oggi le conoscenze necessarie per realizzare innovazioni di successo e competere meglio sul mercato non possano risiedere all’interno di un’unica impresa. Per quanto questa possa essere importante e strutturata, diventa essenziale aprire i propri confini aziendali.

Nel 2003 Henry Chesbrough, economista, nel suo saggio “The era of open innovation”[1], focalizzava infatti l’attenzione sulla trasformazione in atto nel modello di innovazione tradizionale. Da ”closed innovation”ci si si direzionava verso un’apertura oltre i confini dell’impresa, superando alcuni timori.
Nonostante i tanti anni ormai trascorsi dalla sistematizzazione di questo concetto e i cambiamenti sociali e lavorativi di cui si parlava, la sua implementazione non è ancora così diffusa. In parte anche perché non esistono solo vantaggi, ma anche complessità e rischi.

Closed e Open innovation a confronto

Il sistema tradizionale mantiene produzione, ricerca e sviluppo interni, alte barriere con l’esterno, brevetti per difendere i propri prodotti e mantenere la proprietà dell’innovazione che permette di creare profitti con la sua commercializzazione. La ricerca è essenzialmente interna, proprio per non rischiare di diffondere all’esterno idee e tecniche fondamentali.

Al contrario, il nuovo sistema è teso ad acquisire tecnologie dall’esterno o a cedere idee interne all’esterno per garantirsi un ritorno economico o lo sbocco verso nuovi mercati.
Un’innovazione può nascere dentro l’impresa per poi essere sviluppata fuori o nascere al di fuori per essere successivamente inglobato in un modello di business tradizionale.

Naturalmente, non è sparita l’innovazione chiusa. In alcune situazioni può essere ancora vantaggiosa. Ad esempio, quando la propria struttura interna sia sufficientemente complessa da racchiudere tutte le competenze necessarie per lo sviluppo continuo di nuovi prodotti o servizi.
Quando la situazione, invece, prevede contesti differenti e più “fluidi”, allora diventa più efficace creare dei network che includano realtà differenti e complementari; si crea così un flusso continuo ed innovativo di informazione più adattabile alla situazione.

Vantaggi e svantaggi

Uno dei vantaggi del modello aperto è la riduzione dei tempi di realizzazione, cioè del processo che intercorre dall’ideazione di un prodotto alla sua effettiva commercializzazione; un altro è la maggiore creatività che nasce dalle contaminazioni reciproche.
Non secondario anche il fatto che i mercati dei capitali abbiano cominciato a concentrarsi anche su aziende basate su modelli di business disruptive; la Silicon Valley lo dimostra.

Tuttavia, collaborare con altre aziende non ha solo aspetti utili, ma può comportare anche qualche svantaggio:

  • L’innovazione non è più chiusa e protetta come prima, diventa più difficile appropriarsene;
  • La collaborazione porta rapidità per certi processi, ma anche complessità perché più partner con competenze e stili diversi devono integrarsi. Se non ben gestita, può addirittura allungare i tempi;
  • Bisogna fare una valutazione non sempre semplice su come ripartire i margini di guadagno con i soggetti coinvolti
  • Questo porta anche ad un possibile aumento dei costi per le attività di coordinamento

Iinbound e outbound open innovation

All’interno delle forme di collaborazione possiamo vedere due filoni a seconda della direzione in cui si muove la cooperazione: inbound e outbound open innovation.

Inbound

La prima ha un movimento dall’esterno all’interno: si adottano fonti esterne per generare innovazione all’interno dei confini aziendali. Gli strumenti più comuni sono:

partnership: si possono stringere accordi con partner esterni. Ad esempio, un’impresa più grande delega ad un’altra più piccola la creazione di determinate innovazioni o la produzione di prodotti specifici; oppure possono crearsi contratti di collaborazione tra imprese e startup o si possono avviare partnership e rapporti di collaborazione con università, centri di ricerca o gruppi di ricercatori.

corporate venture capital: investimenti in startup e PMI innovative in cambio di quote di capitale di rischio;

ci si può spingere anche fino ad una vera e propria acquisizione di startup o pmi innovative all’interno di una grande azienda, persino assumendo i soci e/o i dipendenti per  mantenere continuità con la gestione precedente e assorbire al proprio interno i talenti.

call for idea: concorsi pubblici di idee rivolti a persone o imprese attive in specifici settori di mercato finalizzati alla raccolta di idee innovative per risolvere problemi reali. Talvolta gli organizzatori finiscono anche per investire nelle realtà che hanno sviluppato le innovazioni più promettenti.

hackathon: competizioni, gare di programmazione durante le quali si chiede a developer e programmatori di sviluppare soluzioni digitali innovative relative a un determinato settore in un determinato tempo.

creazione di incubatori e acceleratori aziendali. Alcune aziende creano direttamente incubatori o acceleratori di startup gestiti al proprio interno. Sono strutture che hanno lo scopo di sostenere i passi iniziali delle giovani società, accompagnarle nella crescita e fornire loro strumenti e spazi utili per lo sviluppo del proprio business.

OUTBOUND

La seconda è diretta dall’interno all’esterno.

Meno diffusa, si basa sull’esternalizzazione delle innovazioni generate all’interno dell’impresa. I principali strumenti sono:

  • joint venture: accordi commerciali tra più imprese che si impegnano a collaborare per il perseguimento di uno specifico obiettivo, condividendo rischi, risorse ed eventuali profitti;
  • licensing dei prodotti: cessione ad altro soggetto di licenze di utilizzo del prodotto per ottenerne benefici economici;
  • spin-off aziendali;
  • vendita di brevetti.

Il concetto alla base dell’open innovation, indipendentemente dalla direzione in cui si realizza, è che è più competitivo chi riesce a creare prodotti e servizi innovativi integrando al meglio ciò che viene da dentro e ciò che può ricavare dai soggetti esterni. A volte, persino quando un’azienda è sufficientemente grande e strutturata da potere avere le risorse al proprio interno, le può convenire “contaminarsi” con altre realtà, poiché questi stimoli possono portare a innovazioni che altrimenti non sarebbero nate da un ambiente più chiuso.

D’altra parte, del valore di rete, network liquidi, exattazione e piattaforme come aspetti essenziali dell’innovazione ne avevamo parlato qui e qui.

OPEN INNOVATION: QUALCHE ESEMPIO

Quando si deve fare l’esempio di un’azienda innovativa, finisce sempre per venire fuori lei: Google. Qui esiste una vera e propria divisione – Google Ventures – specializzata negli investimenti in capitale di rischio di startup e PMI innovative. Non solo. Google incoraggia direttamente i propri dipendenti ad utilizzare il 20% del proprio orario di lavoro per sviluppare nuovi progetti.
Siemens spesso attribuisce un budget agli impiegati in modo che possano finanziarsi in autonomia le idee personali più innovative.
Samsung ha aperto degli Open Innovation Center che consentono alle startup di avere accesso ai progetti ed entrare in contatto con i dirigenti, collaborare con le università e i centri di ricerca.
Barclays, ha lanciato un proprio acceleratore d’impresa.

E in Italia?

I primi due casi di implementazione di strategie di open innovation sono stati quello di Italcementi e del Centro di Ricerca FIAT. Enel ha lanciato un Open Innovation Program in partnership con LVenture Group per risolvere i problemi legati alla transizione energetica.
TIM e Intesa San Paolo hanno creato degli acceleratori di impresa.
Zucchetti ha una sua propria strategia di open innovation sull’acquisizione di startup basata su un approccio che ricorda un hub aeroportuale: le imprese acquisite sono come delle compagnie aeree che utilizzano un aeroporto, usufruiscono cioè dei servizi e crescono grazie alle economie di scala e alla complementarietà.
Ducati ha lanciato l’app “Ducati Link” in collaborazione con e-Novia, per consentire ai motociclisti di comunicare con il proprio veicolo da remoto.

CONCLUSIONI

Si può pensare che basti collaborare per fare Open Innovation. La realtà è più complessa. L’innovazione è veramente aperta quando c’è una strategia specifica che punta ad usare all’interno del proprio modello di business flussi di conoscenza differenti ed integrati per realizzare innovazione. Non basta un singolo progetto o una sola collaborazione, ma piuttosto si deve concretizzare una filosofia alla base dell’impresa che determina comportamenti e scelte conseguenti che investono tutta l’azienda.

Di fatto, si deve creare un vero e proprio ecosistema diretto alla creazione di questo flusso, all’integrazione delle conoscenze all’interno di una strategia complessiva volta verso l’innovazione e la contaminazione.


[1] Henry Chesbrough, The Era of Open Innovation, Mit Sloan Management Review, Spring, 2003

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