Sviluppare la grinta: guida pratica per essere più determinati

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Una donna che si arrampica con grinta su una montagna

Negli articoli precedenti, abbiamo visto cosa sia la grinta e come sia strutturata. Soprattutto, quanto sia importante per il raggiungimento dei nostri obiettivi. E la buona notizia è che possiamo sviluppare questo importante tratto psicologico. Sì, ma come?

Come si sviluppa la grinta

Se chiedi alle persone che non si sentono grintose il perché, le risposte più frequenti incolperanno la pigrizia, la noia, il fatto che una cosa non sia importante o non ne valga la pena, ecc.

I “campioni” di grinta, invece, si muovono diversamente. Anche loro abbandonano gli obiettivi, ma quelli di basso livello. Più alto è il livello dell’obiettivo in questione, più sono ostinati nel portarlo a termine. Insomma, hanno una direzione chiara, un obiettivo molto importante che guida quasi tutto ciò che fanno e le giustificazioni di sopra non li toccano.

Le 4 risorse psicologiche

Sembra che ci siano quattro risorse psicologiche che i più grintosi hanno in comune e sono in contrasto proprio con le giustificazioni viste prima. E sono quattro elementi che si sviluppano, nel corso degli anni, in un ordine particolare.

  1. Prima di tutto, viene l’interesse. La passione inizia con il piacere intrinseco di ciò che si fa. Anche quando alcuni aspetti non ci piacciono, è l’impresa nel suo insieme che ci affascina e ci fa amare ciò che facciamo.
  2. Successivamente arriva la capacità di esercitarsi, cioè un allenamento quotidiano per cercare di fare le cose meglio del giorno prima per arrivare, piano piano, ad una vera padronanza.
  3. Poi arriva lo scopo, la convinzione che il proprio lavoro sia importante. Se vuoi avere grinta, non solo devi essere interessato a ciò che fai, ma sentire che è connesso anche ad una qualche forma di benessere degli altri. Per alcuni, può nascere presto questa sensazione, ma per molti la motivazione ad essere di utilità per le persone aumenta dopo lo sviluppo di interesse e anni di pratica disciplinata, quando lo scopo e il significato più ampi del lavoro diventano finalmente evidenti. A quel punto, ci si sente orientati ad un obiettivo di natura speciale. Tutte le fatiche e le complessità del proprio lavoro hanno un senso perché i propri sforzi contribuiscono anche al benessere altrui.
  4. L’ultimo elemento è la speranza. In realtà, è un elemento che non arriva per ultimo, ma che permea ogni fase. Ed è quella che permette di andare avanti anche quando le cose sono difficili.

Trovare la propria passione

Per qualcuno, però, il problema non è come sviluppare la grinta, ma come trovare una passione su cui esercitarla. Purtroppo, l’idea comune è che qualcuno la scopre all’improvviso, in una sorta di illuminazione, e deve solo seguirla. Ma, in effetti, la maggior parte dei soggetti di successo e campioni di perseveranza ha spesso passato anni a esplorare diversi interessi e quella che è diventata alla fine la loro ossessione non era stata individuata come tale da subito.

Ciò che impedisce a molti (soprattutto ai più giovani) di sviluppare una seria attrazione per qualche ambito sono queste aspettative irrealistiche. La realtà è che innamorarsi di una carriera non è qualcosa di solitamente improvviso e veloce. L’appassionarsi, cogliere nuove sfumature, sentire la dedizione sono sensazioni che solitamente arrivano solo se si persevera per un po’, immergendosi completamente in qualcosa.
Quando si rimane in superficie, molte cose appaiono poco interessanti. È solo approfondendo che ci si rende conto di quante sfaccettature esistano, di come sia impossibile arrivare a conoscere il tema alla perfezione. Il che porta al desiderio di andare sempre più a fondo, di scorgere aspetti nuovi e maneggiare meglio la materia.  Ma per arrivare a questo punto, bisogna perseverare; non lo si può raggiungere cambiando subito strada.

Le ricerche sugli interessi

Cosa dice la scienza in proposito?

Età

Innanzitutto, che da piccoli non possiamo sapere ancora cosa vogliamo essere da grandi. Studi longitudinali che hanno seguito migliaia di persone nel tempo hanno dimostrato che la maggior parte di esse inizia a gravitare verso certi temi professionali, e ad allontanarsi da altri, solo intorno alle scuole medie.

Tuttavia, anche a questa età è improbabile che uno studente abbia già una passione pienamente articolata; è più facile che stia appena iniziando a capire cosa gli piace in generale e cosa no.

Azione

Inoltre, gli interessi non si scoprono riflettendoci sopra ma, piuttosto, agendo e interagendo con il mondo esterno. Spesso in modo disordinato e casuale, perché non possiamo prevedere con certezza cosa catturerà la nostra attenzione. Senza sperimentare, non si può capire quali ambiti ci attrarranno in modo stabile e quali no.

Il che spiega anche perché, spesso, la scoperta iniziale di un interesse passa inosservata al soggetto stesso che potrebbe non rendersi conto di ciò che sta accadendo. Per tale motivo, quando si comincia qualcosa di nuovo, non è sensato avere fretta e chiedersi in continuazione se si sia trovata la propria passione. Bisogna procedere per quel percorso, approfondire un po’ e capire se vi sono aspetti che effettivamente ci attraggono.

Infine, quando si scopre qualcosa che ci attira, segue poi un periodo molto più lungo e sempre più proattivo di sviluppo dell’interesse. In pratica, l’attivazione iniziale deve essere seguita da incontri successivi con la materia che ci appassionerà per riattivare continuamente la nostra attenzione.

Sostenitori

C’è poi un altro elemento da considerare: gli interessi prosperano quando c’è un gruppo di sostenitori incoraggianti, tra cui genitori, insegnanti, allenatori e coetanei. Gli altri sono così importanti perché forniscono la stimolazione e le informazioni costanti che sono essenziali per apprezzare qualcosa sempre di più. Inoltre, il feedback positivo ci fa sentire felici, competenti e sicuri.

La realtà è che l’incontro con le nostre passioni non è quasi mai un’epifania; i nostri interessi iniziali sono invece fragili, poco definiti e richiedono di essere coltivati e affinati nel tempo.
Quindi, prima del duro lavoro, viene il gioco e il divertimento. Solo dopo, quando capiremo che qualcosa veramente ci piace, arriveranno la disciplina e il sacrificio. Ma nella fase iniziale, il pensiero non è ossessivo e volto al miglioramento continuo.
Tutti i più grandi, iniziano comunque come principianti.

Le sviluppo delle competenze negli anni

Lo psicologo Benjamin Bloom ha intervistato 120 persone che hanno raggiunto abilità di livello mondiale nello sport, nelle arti o nelle scienze, oltre ai loro genitori, allenatori e insegnanti.
Ha visto come, nei primi anni, vengano scoperti e sviluppati gli interessi. In questo periodo, è fondamentale ricevere un incoraggiamento perché i principianti stanno ancora decidendo se impegnarsi o mollare tutto. Di conseguenza, i mentori migliori in questa fase risultavano essere quelli particolarmente calorosi e comprensivi, che rendevano l’apprendimento iniziale molto piacevole e gratificante. L’apprendimento all’inizio di questa fase era molto simile a un gioco.

Anche un certo grado di autonomia durante i primi anni è importante. Gli studi longitudinali mostravano come genitori e insegnanti autoritari erodessero la motivazione intrinseca. Mentre i bambini con genitori che li lasciavano liberi di fare le proprie scelte su ciò che amavano avevano maggiori probabilità di sviluppare passioni in seguito.

Lo psicologo dello sport Jean Côté, infatti, ha scoperto come abbreviare questa fase di interesse, scoperta e sviluppo rilassati e giocosi abbia conseguenze negative. Nella sua ricerca, atleti professionisti che da bambini avevano provato una varietà di sport diversi prima di dedicarsi a uno solo, generalmente ottenevano risultati molto migliori a lungo termine. Questa esperienza iniziale aiuta, infatti, il giovane atleta a capire quale sport sia più adatto rispetto ad altri.
Un altro aspetto interessante è che in questo modo hanno la possibilità di allenare muscoli e abilità in modo più esteso. Saltare questa fase, di solito dà un vantaggio iniziale nelle competizioni rispetto a coetanei meno specializzati, ma anche maggiori probabilità di infortunarsi fisicamente e di “esaurirsi”.

Il passaggio da scoperta a interesse a passione

Naturalmente, non basta fare qualcosa per un po’ per appassionarsi; è necessario, però, per scoprire cosa può interessarci o meno ed avviare poi il processo.
Tante volte, dopo poco non insorgerà la passione, ma la noia. Ma va bene così, ci si definisce anche attraverso ciò che non ci piace.

Altre volte, invece, iniziando qualcosa ci si accorge, un po’ alla volta, che la curiosità aumenta, non diminuisce. Perché?
Perché accade che più qualcuno approfondisce un interesse, più riconosce di sapere poco, paradossalmente, su quell’argomento. Che la materia è molto più vasta di quanto immaginasse e scatta la curiosità a capirne sempre di più. Fino a quando le conoscenze o competenze accumulate gli permetteranno di notare con facilità quelle sfumature che un principiante non riesce a cogliere e avrà la soddisfazione di riconoscere elementi che per altri sono invisibili.

Come trovare un interesse

La Duckworth suggerisce, quindi, di partire dalla fase di scoperta per capire cosa può appassionarci. Innanzitutto, partendo dal porsi alcune semplici domande come, ad esempio: “A cosa mi piace pensare?” “Cosa mi interessa veramente?”, “Cosa conta di più per me?”, “Come mi piace passare il tempo?”. Ma anche, al contrario, “Cosa trovo assolutamente insopportabile?”.
Appena emerge un obiettivo generale, va stimolato sperimentando diverse cose in quell’ambito, partendo da quelle domande e dalle risposte di cui si è più sicuri. E se fai fatica ad individuare anche quelle, non resta che sperimentare molti settori e fare attenzione a ciò che ti cattura di più inizialmente e poi proseguire da lì.
Di fatto, il processo di scoperta di un interesse procede per tentativi ed errori; ci sono molte cose che possono trasformarsi in una passione, non una sola. Quindi, bisogna seguire ciò che ci fa stare bene e provare per un po’.

Dopo la scoperta, come ormai sai, arriva lo sviluppo. Gli interessi devono essere stimolati ripetutamente e con pazienza, approfonditi. Meglio se si trova anche un mentore incoraggiante. Più le tue conoscenze e competenze cresceranno, più aumenteranno la tua fiducia e la tua curiosità.

E se devi fare qualcosa che non ti appassiona troppo, un segreto è quello di trovare una qualche sfumatura in essa che può incuriosirti, da approfondire.

La pratica deliberata

Dopo decine e decine di interviste a personaggi esempi di grinta, la Duckworth conclude che ciò che li accomuna tutti è la ricerca del “kaizen”, il concetto giapponese di miglioramento continuo. Un desiderio persistente di fare sempre meglio, voler crescere.

Ciò è possibile attraverso la cosiddetta pratica deliberata.
Tutti noi possiamo fare pratica di qualcosa tutti i giorni, senza migliorare particolarmente. La maggior parte delle persone che fanno la corsetta mattutina, ad esempio, la svolgono mentre ascoltano musica o podcast o pensano a cosa fare durante la giornata. Fa bene alla nostra salute anche così, ma la differenza con un vero atleta o un appassionato è che quest’ultimo si dà degli obiettivi precisi da raggiungere e superare nel tempo, tiene traccia dei dati in modo sistematico, magari ha anche un allenatore che controlla e indirizza.
Solitamente, si concentra su un solo aspetto specifico della sua prestazione complessiva, spesso un punto debole, per migliorarlo e raggiungere un obiettivo ambizioso. Successivamente, cerca un feedback su come ha agito, concentrandosi più su ciò che ha sbagliato – in modo da poterlo correggere – che su ciò che ha fatto bene.

E dopo il feedback, ripete tutto da capo, fino a padroneggiare quanto si era prefissato. E riparte con un nuovo obiettivo ambizioso.
Uno dopo l’altro, questi sottili perfezionamenti portano ad un’incredibile padronanza.

La sintesi è che per eccellere non basta esercitarsi di più, ma conta anche come ci si esercita.
Le abilità umane più complesse possono essere scomposte nelle loro sotto-componenti, ognuna delle quali può essere sottoposta a pratica deliberata. Che è il più valido predittore del miglioramento.

Differenze fra pratica deliberata e flusso

Ma la pratica deliberata è piacevole?
Per Csikszentmihalyi, l’esperienza distintiva degli esperti in qualche campo è proprio il flusso, uno stato di completa concentrazione che porta a una sensazione di spontaneità, nonostante ci si esibisca ad alti livelli di sfida.
Anders Ericsson, studioso di questi temi, ritiene invece che generalmente la pratica consapevole sia un’attività vissuta come estremamente impegnativa e non intrinsecamente piacevole. Ritiene che talvolta atleti ed esperti possano sperimentare stati di grande piacere durante la loro performance, ma si tratterebbe di qualcosa di diverso dalla pratica deliberata, perché questa è attentamente pianificata, mentre il flusso è uno stato spontaneo.

Non solo: la pratica deliberata lavora su punti dove le sfide superano l’abilità, mentre il flusso si sperimenta più comunemente quando sfida e abilità sono in equilibrio. E, cosa più importante, la pratica deliberata richiede uno sforzo eccezionale e il flusso è, per definizione, senza sforzo.
Quindi, flusso e pratica deliberata sono due situazioni totalmente differenti?

La Duckworth ha cercato di comprendere quale fosse la verità fra queste due visioni chiedendo a migliaia di adulti che avevano completato la Grit Scale online di compilare un secondo questionario per valutare il flusso.
I risultati? I partecipanti che si erano mostrati più grintosi riferirono di sperimentare più flusso, non meno.
Ha dunque ragione Csikszentmihalyi? Non proprio. Secondo l’Autrice, la pratica consapevole è un comportamento, mentre il flusso è un’esperienza. I due studiosi parlano di cose diverse: Ericsson di ciò che fanno gli esperti, Cšíkszentmihályi di come si sentono. Inoltre, probabilmente la pratica consapevole e il flusso non vengono sperimentati contemporaneamente.

Le motivazioni del flusso e della pratica deliberata

Le conclusioni della Duckworth sono che la spinta principale per praticare consapevolmente sia migliorare le proprie competenze, impostando un livello di sfida superiore al tuo attuale livello di abilità.
La motivazione che predomina durante il flusso, al contrario, è completamente diversa. Lo stato di flusso è intrinsecamente piacevole. Non ti interessa se stai migliorando un aspetto specifico delle tue competenze. Non stai analizzando ciò che stai facendo, lo fai e basta. Il feedback che ricevi non ti serve per migliorare, ma ti conferma che il livello di sfida si adatta al tuo attuale livello di abilità. Ti senti in completo controllo, perdi la cognizione del tempo e tutto sembra senza sforzo.
In altre parole, l’allenamento deliberato serve per la preparazione e il flusso per la prestazione.

Molti atleti ed allenatori concordano sul fatto che tentare di fare ciò che non si è ancora in grado di fare è frustrante, scomodo e persino doloroso. Tuttavia, alcuni suggeriscono che, in realtà, l’esperienza della pratica consapevole può essere estremamente positiva, non solo a lungo termine, ma anche nel momento.
Come si spiega? Col fatto che non è divertente, ma è comunque piacevole.
Forse, i più grintosi nel corso degli anni sviluppano un certo gusto per il duro lavoro man mano che ne sperimentano i frutti. O, al contrario, amano di per sé le sfide e, per questo, si impegnano di più. O forse entrambe le cose.

In pratica, esistono diversi tipi di esperienza positiva: l’emozione di migliorare è una e l’estasi di dare il massimo è un’altra.

Come attuare la pratica deliberata

La notizia buona è che la pratica deliberata può essere insegnata, che si può aiutare le persone, possibilmente fin da giovani, a capire la differenza fra metodi di studio, lavoro e allenamento efficaci e quelli meno efficaci. Praticare fino allo sfinimento potrebbe non servire se non viene fatto nel giusto modo.

Dagli studi ed esperimenti fatti dalla Duckworth su classi di ragazzi, si è visto che gli studenti potevano cambiare il loro modo di pensare alla pratica e al successo. Questo portava anche a migliorare i voti in pagella di coloro che avevano risultati inferiori alla media in classe.
L’Autrice suggerisce di trasformare la pratica deliberata in un’abitudine, comprendendo quando e dove ci si sente più a proprio agio a svolgerla ogni giorno. Perché gli studi dimostrano che quando si ha l’abitudine di praticare alla stessa ora e nello stesso luogo quotidianamente, non c’è quasi bisogno di pensare a iniziare. Lo si fa e basta.
Moltissimi artisti, scienziati e innovatori di vario genere non sono creatori sregolati, ma persone che dedicano costantemente ore e ore di pratica deliberata e solitaria, seguendo delle routine.

Un ulteriore suggerimento per ottenere il massimo dalla pratica deliberata è cambiare il modo in cui la si vive.
Può, infatti, diventare molto soddisfacente se impari ad accettare la sfida invece di temerla e sei consapevole di te nel momento presente, senza giudizio (che riduce il piacere della sfida).
Se ci pensi, la paura dell’errore non è innata, non è presente nei bambini che sperimentano continuamente. È, invece, qualcosa che nasce in loro quando iniziano a notare che i loro fallimenti suscitano certe reazioni negli adulti. I grandi fanno notare che è stato fatto qualcosa di sbagliato, trasmettendo imbarazzo, paura e vergogna.
Ma si può anche insegnare ai bambini la “naturalezza” dell’errore, il fatto che si può imparare da questo senza che rappresentino un’onta.

Grinta e lavoro

E sul lavoro, come si può aumentare la grinta?
Sappiamo che solo una minoranza di lavoratori considera la propria occupazione una vocazione. Chi rientra fra questi è anche più determinato di chi lavora senza percepire uno scopo superiore. Sono anche le persone che appaiono più soddisfatte del proprio lavoro e della propria vita in generale e meno assenteiste.

Non è l’attività in sé o il ruolo che si ricopre a fare la differenza, ma l’esperienza soggettiva, il modo in cui si interpreta il proprio lavoro. Ciò che conta è se la persona crede che la sua attività sia utile per gli altri o per qualcosa di molto più grande di sé.
Questo significa anche che si può anche cambiare il modo di guardare al proprio impiego, cercando in esso qualcosa che vada oltre alla mera attività, qualcosa di più grande, di utilità per gli altri. E questo aiuta a vederlo come più gratificante.

Puoi guardare a ciò che fai e chiederti come si collega alle altre persone e al quadro generale, come può essere un’espressione dei tuoi valori più profondi.
Fra l’altro, le motivazioni personali e quelle altruistiche non sono in contrasto. Una ricerca di Adam Grant dimostra che i leader e i dipendenti che tengono a mente sia gli interessi personali che quelli prosociali ottengono risultati migliori nel lungo termine rispetto a coloro che sono motivati ​​al 100% da intenzioni egoistiche.

Tuttavia, trovare che qualcuno ha bisogno del nostro aiuto non è sufficiente. La creazione dello scopo richiede anche che la persona senta che può fare la differenza.

Come coltivare un senso di scopo

Ok, avere un senso di scopo è quindi importante per godersi il proprio lavoro ed essere più grintosi. Ma come si fa a trovarlo?
Le seguenti, sono tre raccomandazioni degli esperti:

1) Riflettere su come il lavoro che stai già svolgendo possa dare un contributo positivo alla società. In diversi esperimenti longitudinali, David Yeager e il suo collega Dave Paunesku hanno chiesto ai ragazzi delle scuole superiori: “Come potrebbe il mondo essere un posto migliore?” e poi hanno chiesto loro di stabilire collegamenti con ciò che stavano imparando a scuola. Questo semplice esercizio ha aumentato notevolmente il coinvolgimento degli studenti rispetto al gruppo di controllo e gli ha permesso di ottenere voti migliori.

2) Valutare come, in modi piccoli ma significativi, sia possibile modificare il tuo lavoro attuale per migliorarne la connessione con i tuoi valori fondamentali. Amy Wrzesniewski parla di “job crafting” (creazione del lavoro). Non si tratta di pensare ingenuamente che ogni lavoro possa essere meraviglioso, ma che, indipendentemente dalla propria occupazione, sia possibile muoversi all’interno della propria descrizione del lavoro, aggiungendo, delegando e personalizzando ciò che si fa in base ai propri interessi e valori.
Anche in questo caso, le ricerche della Wrzesniewski  hanno testato e confermato questa idea, dimostrando come il Job crafting rendesse i dipendenti significativamente più felici ed efficaci.

3) Trova ispirazione in un modello di ruolo significativo.

Conclusione

In definitiva, sviluppare la grinta non è questione di magia, ma di allenamento, curiosità e pazienza. Non nasce tutta in una volta, ma si costruisce giorno dopo giorno, coltivando l’interesse, impegnandosi con costanza, trovando uno scopo che ci connetta a qualcosa di più grande e mantenendo viva la speranza anche nei momenti difficili.
Non serve partire già con una passione travolgente: spesso, la vera attrazione per qualcosa nasce solo dopo averla praticata e approfondita. Per questo, è fondamentale concedersi il tempo e lo spazio per esplorare, perseverare e lasciarsi sorprendere.
Forse oggi non ti senti particolarmente grintoso, ma hai l’opportunità, se vuoi, di iniziare a costruire, passo dopo passo, le condizioni per diventarlo.

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