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Resilienza: cos’è e perché può cambiare la nostra vita

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Resilienza

Il 15 settembre 2001, a 34 anni, Alex Zanardi è vittima di un incidente gravissimo. Durante l’American Memorial, gara di formula Cart, sul circuito tedesco del Lausitzring, a pochi giri dalla fine, perde il controllo della sua vettura che si gira di traverso sulla pista. E viene colpito da un’altra macchina che sopraggiunge a 320 km/h, spezzando il muso della sua macchina e le sue due gambe. Portato via in fin di vita e con gli arti inferiori amputati, dopo sei settimane di ricovero e una quindicina di operazioni, Zanardi lascia l’ospedale e comincia la riabilitazione.

Il resto è storia: torna a correre e vince delle gare, ma soprattutto si dedica al paraciclismo con la handbike, dove colleziona medaglie su medaglie. Non pago, scrive libri, conduce programmi televisivi, fa il doppiatore di film e colleziona onorificenze e medaglie al merito.  Il suo ottimismo e la sua forza di volontà, l’ostinata ricerca del lato positivo della vita sono esempi per moltissime persone.
Nell’estate del 2020 è purtroppo di nuovo protagonista di un incidente gravissimo. Da alcuni mesi è cosciente, fa piccolissimi passi, ma in progressione.

Perché parlare di resilienza

Apro questo articolo con Zanardi perché per me rappresenta il non plus ultra della resilienza, a livelli difficilmente comprensibili per la mente umana.
Senza pretendere di arrivare tutti a questi estremi, ritengo essenziale approfondire questo concetto fondamentale per il nostro equilibrio e il nostro successo. Argomento frequentemente trattato, il più delle volte solo “citato” come una formuletta magica da apporre lì, con noncuranza, come fosse la panacea di tutti i mali; una capacità semplice da raggiungere, come una pillolina magica.
La resilienza, invece, è una qualità che si coltiva nel tempo, che va rafforzata e, ancora prima, compresa.

Ma perché parlarne in questo sito? Che c’entra con i nostri temi? Molto, moltissimo.

Non c’è un argomento così poco ignorato, nell’ambito dell’innovazione, come quello della resilienza.
Questo termine, quasi completamente sconosciuto ai non addetti ai lavori fino a pochi anni fa, è oramai diventato talmente abusato da essere venuto a noia. Difficilmente, però, lo si affronta in tutte le sue sfaccettature e, ancor meno, lo si abbina al tema dell’innovazione.
Proviamo quindi a vedere insieme perché, invece, è discorso da non sottovalutare. E, anzi, da iniziare a considerare con attenzione per chiunque voglia creare qualcosa di nuovo: da un progetto ad una startup fino ad una vera e propria impresa.

Ma prima di capire cosa abbia a che fare tutto questo con la capacità innovativa, è necessario andare più a fondo sul concetto dal punto di vista psicologico. La trattazione richiede una certa ampiezza, perciò questo articolo è il primo di una piccola serie dedicata alla resilienza, a come coltivarla e perché sia fondamentale se vuoi fare innovazione.

Cos’è la resilienza

Innanzitutto, cosa significa? Il termine resilienza, che la psicologia ha preso felicemente a prestito dall’ingegneria, è la capacità di un materiale di resistere agli urti senza rompersi. Più alta è la resilienza, più forte dev’essere la pressione delle forze dinamiche sul materiale per arrivare a distruggerlo.
Da questo concetto iniziale, il termine è stato poi ripreso anche in altre discipline per indicare la capacità di un sistema (o di una persona) di ritornare allo stato iniziale dopo una perturbazione o un evento traumatico.
In modo più banale la possiamo definire la capacità di resistere ai problemi della vita recuperando lo stato precedente al trauma.

Perché non si parla, più semplicemente, di “resistenza”? Perché la resilienza ha qualcosa in più. Non si tratta solo di opporsi ad una forza schiacciante riuscendo a non esserne distrutti, restando tuttavia deformati. È, invece, la capacità di ritornare alla situazione precedente.

È una sorta di rinculo, di breve salto indietro per poi riavanzare in modo più o meno elastico. Non è un caso se, andando all’origine del termine, troviamo proprio questo aspetto. L’Accademia della Crusca spiega: “il verbo resilire si forma dall’aggiunta del prefisso re- al verbo salire ‘saltare, fare balzi, zampillare’, col significato immediato di ‘saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi”.
L’evoluzione ulteriore di questo concetto è, se vogliamo, quello di “antifragilità” descritto da Nassim Taleb. Essa è la capacità non solo di tornare allo stato di partenza dopo un trauma, ma di sfruttare a proprio favore l’evento per migliorare. Ma di questo parleremo in un futuro articolo.

Gli studi sulla resilienza

Torniamo alla resilienza. Nel 1955 Emmy Werner e Ruth Smith, due psicologhe, eseguirono una ricerca longitudinale. Seguirono 698 bambini dell’isola di Kauai nelle Hawaii nell’intero loro sviluppo, dalla nascita sino all’età adulta. In questo lungo periodo di tempo identificarono i livelli di stress a cui i soggetti furono sottoposti da un punto di vista fisico, intellettuale e psichico in vari momenti della loro vita. Li osservarono a un anno, a due anni, a dieci, a diciotto, a trentadue e a quaranta.
La conclusione dello studio fu che dei 210 bambini che mostravano fattori di rischio, un terzo di loro aveva avuto uno sviluppo con esito favorevole. Quindi, nonostante i problemi sopportati, non mostravano disturbi, ma apparivano adulti sereni e ben inseriti nella società.

Questi risultati dimostravano come i fattori di rischio non presentassero lo stesso impatto su persone diverse. E come ciò dipendesse da una serie di caratteristiche che avevano a che fare con disposizioni personali.
Un grande merito di questa ricerca fu quello di spostare il focus, per la prima volta, dall’analisi di ciò che determina un problema a ciò che, al contrario, aiuta a superare indenne un trauma.
L’attenzione scivolava dalla patologia alla sanità (e a come mantenerla).

Gli studi successivi hanno poi mostrato come la persona resiliente sia dotata di qualità che gli permettono di affrontare difficoltà, abbandoni, depressioni, lutti, ecc.

Lo stile di attaccamento

Ciò deriva da una parte intrinseca, che ha a che fare con le risorse dell’individuo – in primis sentimento di efficacia e valorizzazione di sé – e una parte relazionale.
Uno dei fattori di protezione principali nel superare le avversità della vita è correlato allo stile di attaccamento appreso; questo a sua volta dipende dal legame affettivo che si costituisce nei primi anni di vita tra il bambino e chi si prende cura di lui.

Il buon attaccamento aiuta la resilienza, perché dà al piccolo quella sicurezza che gli permette di esplorare il mondo, assumere iniziative e reagire a frustrazioni e stress facendo affidamento sulle proprie capacità. Ma anche di sviluppare il pensiero logico e la socializzazione. Questo anche grazie ad un buon equilibrio tra le tendenze opposte di dipendenza e indipendenza, che incidono nella capacità di sviluppare relazioni sane ed equilibrate.

Utilizzare la forza del trauma

Se pensiamo alla resilienza come ad un rinculo, sono evidenti due fasi. La prima in cui si riceve e para il colpo, difendendosi e lottando contro l’evento stressogeno (fase di coping), la seconda in cui si ricostruisce.
Se torniamo al significato originario – in fisica e in ingegneria – vediamo che la capacità del materiale di resistere a un urto deriva dall’assorbimento dell’energia dello stesso, che può poi essere rilasciata in misura variabile dopo la deformazione. In pratica, utilizzo la forza stessa esercitata su di me per “ripararmi”. Un po’ come in alcune arti marziali dove si sfrutta l’energia dell’avversario per restituire la stessa potenza contro di lui.

Anche per questo, uno dei mezzi migliori per essere resilienti non passa certo attraverso la negazione dell’impatto ricevuto, ma dalla reazione per ritrovare un equilibrio. Negare, cancellare, rimuovere non è mai una soluzione; in quel caso, l’energia assorbita viene dissipata nel tentare di negarsi gli effetti del trauma subito, invece che nel riprendere forze e recuperare.

Le caratteristiche della persona resiliente

Ma quali sono le caratteristiche dell’individuo resiliente? Su cosa è importante puntare (o cercare di sviluppare, se manca) per resistere meglio agli urti dell’esistenza?
Vi sono prima di tutto una serie di caratteristiche psicologiche essenziali, gran parte delle quali hanno a che fare con l’atteggiamento verso la vita e l’ambiente che ci circonda. O, in altre parole, con il modo in cui leggiamo gli eventi che ci accadono.

L’individuo resiliente, infatti:

  • è un ottimista, nel senso che tende a interpretare gli eventi negativi come momentanei e circoscritti;
  • è convinto di avere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda;
  • risulta estremamente motivato a raggiungere gli obiettivi prefissati;
  • nei cambiamenti intravvede più una sfida – e, quindi, un’opportunità – che un pericolo;
  • di fronte a situazioni avverse e frustranti, non perde la capacità di sperare (proprio perché le interpreta come momentanee e circoscritte).

Il fattore mentale

Da questo breve elenco, risulta evidente il predominio del fattore mentale in questa capacità; da come decidiamo di valutare ciò che ci accade, necessariamente discende un’azione conseguente. Se sono convinto che una situazione negativa sia temporanea, di essere in grado di esercitare il controllo e di potere sfruttare occasioni nascoste, è chiaro che il mio comportamento sarà quello di fare di tutto per recuperare invece che crogiolarmi nel dolore e senso di impotenza di chi legge un ‘avversità come un destino ineludibile e contro il quale nulla possiamo.

Ora, immaginate questo approccio moltiplicato per gli innumerevoli eventi avversi – dai più piccoli ai più grandi – che ci capitano (a tutti!) nella vita.
Fingete di essere dentro al film “Sliding doors”, dove ogni scelta e il suo opposto apre due scenari differenti. Ad ogni bivio, il soggetto resiliente troverà il modo di ingegnarsi per migliorare, trarre delle lezioni da ciò che capita e recuperare con il suo sforzo un controllo sugli eventi.
L’opposto, colui che crede di essere sfortunato e che il fato ce l’abbia con lui, realizzerà scelte di sempre maggior chiusura, cullandosi più e più volte nel dolore e nell’autocommiserazione per ciò che gli è capitato contro cui non può fare nulla.

Riprodotto esponenzialmente sulle infinite situazioni che ci capitano, è facile immaginare come letture differenti del contesto possano provocare effetti a valanga. Positivi o negativi a seconda dell’interpretazione data.
Per comprendere le conseguenze di questo atteggiamento è, infatti, importante vederlo non sulla singola situazione, quanto proiettato illimitate volte durante la nostra vita. Con le sue reazioni a catena, date dal modo di interpretare gli eventi, che ci portano a diventare sempre più tenaci e confidenti nelle nostre capacità di superare le avversità o, al contrario, con un senso di impotenza e demoralizzazione via via crescente.

Allenarsi alla resilienza

Il lato positivo è che, essendo un atteggiamento mentale a fare la differenza, un’interpretazione della realtà, esso può essere appreso ed allenato. Non certo senza fatica e difficoltà (no, vi prego! Non basta ripetersi due paroline buone e motivanti allo specchio ogni mattina. Queste soluzioni le lasciamo alla New Age ;-)).

Naturalmente, bisogna prima di tutto imparare a lasciare andare i vantaggi secondari che il vittimismo porta con sé. Se ci vediamo inermi sotto i colpi di un destino ostile, considereremo abbastanza inutile darci da fare, impegnarci e prenderci delle responsabilità (che comportano fatiche). Anzi, possiamo lamentarci e sentirci in diritto di ricevere attenzioni in quanto vittime.

La resilienza, tuttavia, non è capacità da tirare fuori all’occorrenza, di fronte alle difficoltà. È, come un muscolo, una facoltà che va addestrata perché sia pronta ad agire nel momento del vero bisogno. Altrimenti è come pretendere di correre la maratona di New York senza essersi allenati.

La valutazione cognitiva

In pratica, a fare la differenza è la cosiddetta «valutazione cognitiva». Il nostro cervello seleziona continuamente gli stimoli che riceve dall’ambiente interno ed esterno, accettando solo quelli che considera utili o importanti.
Immaginate un’enorme distesa di Lego: noi prendiamo solo quelli che ci servono per la costruzione che abbiamo in mente. I pezzi sono tutti presenti, siamo noi ad afferrare quelli che ci sono utili per costruire l’edificio che ospiterà la nostra vita. E se vogliamo farne un castello o una catapecchia, coglieremo mattoncini differenti…e avremo anche risultati differenti.

Ora, si potrebbe pensare che, trattandosi di qualcosa di mentale, abbia risultati “impalpabili”. In realtà, la mente definisce poi le azioni conseguenti che realizzeremo e non solo: l’interpretazione della realtà produce effetti concreti anche sul nostro organismo.

Emozioni e interpretazioni

Se, ad esempio, consideriamo l’accelerazione del battito cardiaco come indice di paura, questo determinerà effetti fisici correlati nel nostro corpo. Se lo interpretiamo come eccitazione prima di una competizione e prontezza alla risposta, avrà effetti differenti.

Questo si era già visto in un famoso esperimento del 1962. I ricercatori Schachter e Singer somministrarono dell’epinefrina (adrenalina sintetica con effetti di aumento dell’arousal, l’attivazione del sistema nervoso) ad alcuni partecipanti e un placebo ad altri. Tutti venivano comunque informati che la sostanza iniettata era una vitamina chiamata ‘suproxina’. Alcuni ricevevano anche l’informazione corretta sugli effetti collaterali (palpitazioni o tremore delle mani). In questo modo, al comparire dei primi sintomi, non si preoccuparono, poiché già avvisati.
I partecipanti che, invece, non erano stati informati tendevano a comportarsi come le persone attorno a loro.
L’esperimento, infatti, prevedeva in questo caso anche la presenza di un complice; egli con alcuni soggetti si comportava in modo euforico, con altri agiva con rabbia.
Dall’analisi emerse che i partecipanti del primo gruppo si erano sentiti euforici, i secondi arrabbiati.

Questo cosa ci dice? Che quando un soggetto non è in grado di decifrare il significato dell’arousal esperito, tende a ricercare attivamente nell’ambiente la causa per formulare un’interpretazione adeguata del proprio stato.
Chi era stato informato, rimaneva tranquillo poiché sapeva che doveva aspettarsi alcune reazioni fisiche. Chi non lo era stato ed era indotto in errore dal complice, non sapendo come interpretare quei segnali, li costruiva sulla base dell’effetto della sua presenza.

La realtà oggettiva non esiste

Questo conferma che non esiste una realtà oggettiva di ciò che ci sta accadendo. C’è solo un’interpretazione che noi costruiamo sulla base dei dati che decidiamo di selezionare fra quelli a nostra disposizione. A sua volta, la selezione è basata sulle nostre convinzioni e sull’influenza sociale.

Per questo non possiamo considerare lo stress come un evento oggettivo che va a colpire dei bersagli su cui determina le stesse reazioni. La differenza di comportamento degli individui di fronte allo stesso evento stressante dipende, invece, dalle sue risorse interne, cioè dalla sua valutazione cognitiva.

Ciò che dobbiamo quindi comprendere e fare nostro è che non esiste una realtà definita. O meglio: esiste all’esterno di noi, ma è sempre e comunque filtrata dai nostri desideri, aspettative e credenze.
I dati che selezioniamo per elaborarli sono basati su come noi vediamo la realtà e come ci aspettiamo che sia.
Nel tempo ci creiamo un modello del mondo che poi cerchiamo continuamente di confermare. Persino quando non è positivo e ci rema contro.

Non finisce qui…

Termina qui la prima parte di questa mini “trilogia” sulla resilienza. Nel prossimo articolo vedremo perché alcune persone non sono resilienti e come diventarlo. L’ultimo articolo sarà dedicato, invece, all’importanza della resilienza nella creazione e gestione dell’innovazione.

Se ti interessa l’argomento, ti invito a iscriverti alla mia newsletter (clicca sull’immagine sotto all’articolo) per non perderti gli altri due scritti sul tema.
In più, ho recensito il libro di Pietro Trabucchi, “Resisto dunque sono” centrato proprio su questa capacità. Te ne consiglio la lettura! Lo trovi qui.

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