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Perché la resilienza è essenziale per innovare

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Resilienza e innovazione

Con questo, termino una sequenza di tre articoli dedicati alla resilienza. Ho già parlato di cos’è e perché può cambiare la tua vita e come allenarla. Adesso voglio soffermarmi sulla sua importanza nell’ambito dell’innovazione, che è un tema decisamente meno esplorato.
Ti consiglio, tuttavia, di leggere gli articoli precedenti per avere un quadro chiaro di ciò di cui stiamo parlando.

Ho terminato le riflessioni precedenti dicendo che le convinzioni spingono all’azione; la quale, a sua volta, porta al risultato.
Una di queste convinzioni ha a che fare con il successo. Se sono sicuro, ad esempio, che esso dipenda dal talento, qualcosa che si ha o non si ha e che non è controllabile, rinuncerò ad attivarmi. Non lotterò, se ritengo di non possederlo.
Se, invece, credo che esso sia fortemente determinato dall’impegno, costante e continuo, allora anche di fronte ad un insuccesso seguiterò a provare, cercando magari strade migliori, per arrivare all’obiettivo. E, quasi certamente, otterrò un risultato.

resilienza e innovazione

Bene, approdiamo così al collegamento fra resilienza e innovatore.
Ci si potrà infatti chiedere cosa mai c’entri questo tema, pur interessante, con una startup, un nuovo prodotto aziendale o con il progetto innovativo di un professionista.                  
Questo è uno di quegli aspetti psicologici dell’innovazione su cui continuo a battere.
Purtroppo, siamo abituati a vedere il mondo del lavoro, soprattutto dell’innovazione, come un insieme di tecnologie, dati, algoritmi e macchine che determinano il successo. Tralasciando completamente (o in buona parte) il fattore umano che, invece, è sempre il comune denominatore necessario. Almeno fino a quando non decideremo di sostituire completamente le persone con le macchine.

Abbiamo visto quale influenza esercitino su decisioni e comportamento i nostri pensieri, pregiudizi, convinzioni. Non possiamo quindi non interrogarci su come essi possano incidere rispetto alla nostra determinazione nel perseguire un risultato, la fiducia che avremo di farcela e le conseguenti azioni necessarie che svolgeremo in modo da arrivare all’obiettivo invece che auto-sabotarci.    

Una visione corretta

Perché io posso disporre delle tecnologie migliori al mondo, ma se il mio sistema di convinzioni mi porta a considerare gli inevitabili piccoli o grandi fallimenti che incontro sul percorso come la certificazione ufficiale del fatto che non valgo nulla e che le mie idee non sono buone, non mi serviranno a niente.
O, se le vedrò come segnale di un destino sfortunato, non troverò molti stimoli per procedere oltre.    

Al contrario, se sarò certo che i fallimenti possono anche arrivare e che sono il segnale che

1) devo imparare qualcosa          
2) devo riprovare per potere gestire meglio la situazione nel passo successivo, grazie alla nuova conoscenza acquisita

allora questo impegno continuativo e costante mi porterà a trovare la strada giusta. I dati, le tecnologie, le risorse tecniche sono quindi fondamentali, ma solo se prima adotto questa corretta visione. Essa mi porterà alle decisioni che mi permetteranno di utilizzare tali strumenti. E che mi aiuteranno ad inquadrare le loro potenzialità e a sfruttarle nel modo giusto.

Innovazione, resilienza e giudizio esterno

Ma c’è un altro punto importante che ci permette di cogliere l’essenzialità della resilienza in merito all’ambito innovativo.
Creare innovazione significa introdurre elementi nuovi, a volte dirompenti rispetto a logiche, processi, tecniche precedenti. Quanto più profonda e disruptive sarà l’innovazione e – anche – quanto minore sarà l’esperienza del soggetto che la propone (penso a molte startup) quanto più il lavoro sarà duro e impegnativo, gli elementi da controllare e conoscere numerosi, i passi da fare per raggiungere l’obiettivo impegnativi.

E il giudizio esterno, il pensiero di chi ha una mentalità più tradizionalista, potrebbe pesare molto.
Probabilmente, in misura inversamente proporzionale alle dimensioni del proponente e alla sua esperienza. Un’azienda consolidata difficilmente si preoccuperà delle visioni antiquate della gente (ma forse sarebbe più preoccupata del fallimento di un’iniziativa che potrebbe incidere sulla sua immagine); ma per un team giovane, che sta lanciando la sua startup, la pressione esterna potrebbe essere forte.

Come si è detto, la possibilità di avere successo è data da una visione a lungo termine accompagnata, contemporaneamente, da piccoli passi continui nel breve termine. È quindi un mix di creatività, organizzazione e, appunto, resilienza.               
Ci vuole costanza, impegno regolare, capacità di accoglimento di eventuali sconfitte ed errori, di comprensione della causa degli sbagli fatti per correggere il tiro, convinzione assoluta nelle proprie capacità e nel proprio progetto.

Quindi, un atteggiamento mentale che agevoli l’impegno, la fatica, il non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. E la capacità di leggerle non come proprie incapacità o eventi avversi incontrollabili, ma come elementi informativi che possono aiutarci a fare un passo in avanti se continuiamo ad impegnarci. In una parola: resilienza.

Riportare il focus su di sé

Che entra in primo piano anche nell’accettare che alcune persone possano a volte provare a trattenerci, a farci cambiare idea, a non buttarci nel vuoto. Spesso convinte di farlo per il nostro bene.
L’impatto dell’aspetto emotivo e relazionale nel dare vita a qualcosa di nuovo (soprattutto se questo richiede un cambio radicale nella nostra vita) può essere veramente forte e determinante. Ma raramente se ne parla.
Il desiderio di essere accettati, non derisi per i propri progetti strambi (visti come tali da chi, però, non ha le nostre conoscenze e la nostra visione), hanno certamente fatto rinunciare più di un innovatore. E il terrore di sbagliare e potere essere additati come quelli ingenui e fantasiosi, ma non pratici, blocca diversi startupper in erba.

Resilienza significa anche sapere riportare lo sguardo su di sé e sui propri progetti, distoglierlo dagli altri; soprattutto dai loro feedback più “relazionali” ed emotivi (mentre quelli tecnicamente utili per il nostro progetto sono da considerare con attenzione, ovviamente).       
Feedback che, come dicevo, il più delle volte si basano su pregiudizi e non sulla conoscenza tecnica del progetto, delle competenze che ho in quel campo, dell’impegno che ci metto, della passione che mi muove. Si fondano, invece, su un quantomeno discutibile assunto: “perché rischiare in qualcosa di nuovo quando ci sono tanti lavori più sicuri?”.

Diffida dalla mania del confronto

Resilienza vuol dire anche evitare i confronti; non tanto coi competitor come fonte di informazione e analisi, ma nel dovere “fare meglio di” o sentirsi “meno bravo di”. Imparare, insomma, a restringere il campo sul nostro obiettivo, a superare noi stessi più che gli altri per non rischiare di interpretare i dati altrui in modo errato. Ad esempio, se li leggo senza le dovute conoscenze di tutto ciò che hanno a disposizione, del percorso che hanno fatto prima di raggiungere il successo, delle volte che hanno sbagliato, rischio di interpretarli non nella giusta prospettiva, ma come conferma delle mie inadeguatezze.        
Questo toglie le energie dai nostri progetti e rischia di creare, ancora una volta, attribuzioni sbagliate che ci fanno deragliare in termini di motivazione e fiducia in noi stessi.

Il mondo dell’innovazione è pieno di esempi di grandissimi imprenditori che hanno avuto situazioni difficoltose, fallimenti, estromissioni da posti importanti. Pensate ad un Elon Musk o a uno Steve Jobs, tanto per citare due esempi famosi e conosciuti un po’ da tutti.
Se si fossero fermati a quei momenti, interpretandoli come fallimenti e incapacità di gestire aziende che loro stessi avevano creato, probabilmente la storia avrebbe avuto molte innovazioni in meno.
Invece, i personaggi resilienti spesso trovano una motivazione in più in una débâcle, convinti come sono dei propri mezzi. E capaci di leggere ciò che non è andato e modificarlo a proprio vantaggio.

La resilienza dei manager

Guardando al mondo manageriale (in senso lato) vediamo come la resilienza vi entri nel determinare aspetti fondamentali del buon capo:

  1. Il manager è continuamente sottoposto a stress derivanti da obiettivi sfidanti. In questa situazione, fondamentale è la percezione di non soccombere, ma di sapere controllare la situazione. Dimostrare (a se stesso prima che agli altri) di essere capace di navigare in queste acque, permette l’acquisizione di ulteriore fiducia in sé e senso di realizzazione personale;
  2. Il manager è all’interno di un sistema. Non deve gestire solo il proprio stress personale, ma anche quello dei collaboratori e dipendenti. Per questo un’ottima capacità di resistenza e di lettura adeguata delle situazioni è fondamentale;
  3. Una buona e vera indipendenza dal giudizio altrui permette di sapere gestire adeguatamente il tempo del lavoro e del riposo senza eccedere nel primo per dimostrare di essere bravo e qualificato. Non è il tempo che dedico al lavoro che conta, ma i risultati che riesco a portare;
  4. Nuovi problemi da affrontare emergono continuamente. Per questo il manager veramente valido è colui che sa leggere adeguatamente la situazione senza farsi condizionare da filtri interni. Cioè, dalla valutazione cognitiva che potrebbero distorcere il senso della gravità del problema o non farci accedere a risorse creative per affrontarlo vedendolo come non controllabile;
  5. Il buon manager ha un sufficiente quoziente di adattabilità. Di fronte ai cambiamenti, legge con flessibilità i nuovi dati, si adatta al contesto e aiuta i suoi collaboratori a fare altrettanto. La resilienza permette di fare ciò grazie alla capacità di vedere i cambiamenti come opportunità da sfruttare, non destino avverso che blocca i nostri progetti.

Rafforzare la resilienza dell’innovatore

Ma come si rafforza la resilienza di un manager, di un imprenditore o di uno startupper che devono prendere scelte importanti per sé e per altri?
Innanzitutto, familiarizzando e lavorando sugli aspetti di valutazione cognitiva. E, per questo, ti rimando al primo articolo sulla resilienza.

Poi, sugli effetti fisici e comportamentali dello stress, in modo da potere riconoscere e gestire adeguatamente i primi segnali, così che l’eu-stress (lo stress positivo, che ci motiva) non si trasformi in dis-stress (quello che ci affonda). Abbiamo infatti visto, sempre nel primo articolo, come la valutazione cognitiva incida sulle reazioni fisiologiche, portandoci ad attivare risorse adatte alla situazione da affrontare, in caso di valutazione corretta. O determinando reazioni fisiche che bloccano completamente la nostra mente e paralizzano il corpo, in caso di interpretazioni inadeguate.

Infine, per chi ha sensazioni di impotenza, è essenziale lavorare sul senso di controllo. A volte, per migliorarlo, ci si può basare semplicemente su aspetti cognitivi. In altri casi la situazione può essere più complessa e richiedere un lavoro più o meno ampio anche sulla capacità di gestione dei tempi e manageriale.

La resilienza organizzativa

Ma la resilienza non è solo questione personale. Può riguardare anche un intero sistema, come un’azienda o un gruppo di lavoro. E di questi tempi, in cui la pandemia ha messo alla prova parecchie realtà lavorative, lo capiamo bene.
Come resistere e adattarsi ad una criticità estrema come questa? Come rivedere i propri modelli di business e processi per uscirne indenni?
In questo specifico caso, spingere sulla digitalizzazione è stata una scelta di molti. Il che ha permesso di continuare a lavorare anche senza muoversi da casa. Ma anche di inventare nuovi modi di vendere che non erano stati presi in considerazione prima (soprattutto in Italia).
Non solo, qualcuno ha lavorato sul prodotto vero e proprio per fare uscire tecnologie o strumenti utili per gestire al meglio la situazione e il rischio correlato.

È indubbio che, anche in questo caso, i sistemi che hanno mostrato maggiore capacità di resistenza sono quelli che sono stati più flessibili, veloci nel cambiamento e capaci di vedere nella disgrazia anche un’opportunità di trasformazione. Che, spesso, riguardava processi già nell’aria, ma a cui mancava una spinta per essere realizzati.
La pandemia, in qualche modo, è stata un acceleratore di processo per un accesso più ampio ad un sistema lavorativo che può dare dei vantaggi. Soprattutto se – in tempi non più di emergenza – verrà strutturato adeguatamente.

Ma l’innovazione non ha riguardato solo la digitalizzazione. In molti casi, come si diceva, ha dato vita a prodotti o modelli di business originali. Forzando in qualche modo le aziende a creare il nuovo, non solo ad approfittare di mezzi già disponibili.     
Di fronte a limiti e problemi inediti, qualcuno è riuscito a guardare oltre e a cogliere un bisogno emergente da soddisfare, esigenze urgenti a cui rispondere e, quindi, un’opportunità per sopravvivere anche in tempi durissimi. E spesso anche per aiutare gli altri.

Le caratteristiche della resilienza organizzativa

Ma quali sono le caratteristiche che possono agevolare e spingere la resilienza in azienda?

I punti principali possono essere riassunti così:

  1. creare un’organizzazione flessibile, staccata da rigidi protocolli;
  2. stimolare creatività, innovazione e talento all’interno del sistema, premiando in modo esplicito chi propone, anche dal basso;
  3. oliare i meccanismi organizzativi. La creatività, infatti, può essere sfruttata solo all’interno di una buona struttura. Se lasciata circolare libera senza regole finisce per disperdersi;
  4. ridistribuire adeguatamente il carico di lavoro di dipendenti e collaboratori. Nessun lavoratore stressato è un buon innovatore. Anzi, sotto pressione, ci si irrigidisce perché si cerca il già noto per rassicurarsi;
  5. snellire i processi;
  6. allenare la mente a guardarsi intorno, a fiutare i cambiamenti, a pensare a soluzioni nuove. Solo così, quando l’imprevisto arriverà, sarai già allenato a modificare il tuo punto di vista;
  7. agevolare la comunicazione interna a tutti i livelli;
  8. promuovere cooperazione e condivisione, non competizione;
  9. prestare attenzione ai bisogni dei propri collaboratori;
  10. non relegare l’innovazione ad un singolo ufficio o settore, ma creare una vera cultura d’innovazione, facendo circolare ovunque questa visione;
  11. fare percepire che il contributo di ciascuno è determinante per il buon funzionamento del sistema.

In pratica, flessibilità, adattabilità, cultura condivisa, comunicazione e collaborazione. Se vuoi approfondire, leggi 13 strategie per implementarla.

Attenzione: questi punti riguardano processi che non si inventano dall’oggi al domani. Ma un iter che porta a creare, nel tempo, una vera e propria cultura dell’innovazione.
Esattamente come la resilienza personale, così anche quella organizzativa richiede impegno e costanza.

D’altra parte, conoscete qualcosa che può dare grandi risultati e soddisfazioni con nessun impegno? 😉

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