
Abbiamo già affrontato l’importante tema del mindset statico o dinamico, cioè quell’atteggiamento mentale che può spronarci nel perseguire i nostri obiettivi o, al contrario, bloccarci. Lo abbiamo visto in azione in differenti ambiti e abbiamo capito cosa pensano le persone a seconda della mentalità che posseggono.
Ma come si crea il giusto mindset? Cosa possono fare genitori, educatori e adulti di riferimento per aiutare a sviluppare il corretto approccio che ci renda più facile avvicinarci alle nostre mete?
L’educazione e il mindset
Partiamo dalle basi, cioè dall’educazione che possiamo dare ai nostri bambini in merito alle loro capacità e che può aiutarli a sviluppare un comportamento migliore verso le sfide, i cambiamenti e gli obiettivi che si pongono.
I messaggi che inviamo, giorno dopo giorno, tendono a costruire in loro una visione relativa all’intelligenza o ad altre capacità. Trasmettere comunicazioni che – come sottotesto – passano l’idea che vi siano dei tratti permanenti e immutabili (o comunque poco plasmabili), rischia fortemente di portarli a vedere le persone come dotate di talento innato. O, in mancanza di tale fortuna, incapaci di migliorare.
Purtroppo, il concetto di tratto permanente porta con sé un altro aspetto collegato: la sensazione che gli altri giudicheranno. Nel momento in cui io mostro le mie qualità, gli altri sapranno se sono buone, ottime o scarse e, da questo, potranno valutarmi non solo nel qui ed ora, ma anche per il futuro, visto che non c’è grande spazio per il miglioramento.
Al contrario, il messaggio che sottolinea che siamo persone in via di sviluppo e che io mi preoccupo perché tu possa crescere, fiorire e dare il meglio di te stesso, trasmette un’idea completamente diversa.
Certo, ci possono essere predisposizioni e qualità di base più o meno sviluppate, ma il tuo destino non è segnato una volta per tutte. Si può sempre migliorare, raggiungere obiettivi più alti se lo vuoi e ti impegni per farlo.
Come usare le lodi con i figli…
I bambini sono estremamente sensibili a questo tipo di messaggi. Come abbiamo visto qui, lodare troppo l’intelligenza di un bambino può avere un effetto paradossale. Infatti, rischia di danneggiare la sua motivazione e le prestazioni.
Chiaramente, i bambini amano gli elogi, tanto più se sono riferiti alla loro intelligenza e talento. E li motivano. Ma solo per un momento che può essere più o meno breve e che viene interrotto al primo “fallimento”, quando incontrano un intoppo.
In questo caso, la fiducia cala improvvisamente. Perché? Perché il loro ragionamento interno gli dice che se è vero che il successo rappresenta la dimostrazione che hanno talento in qualcosa, un fallimento significa che non ce l’hanno, che forse l’idea di avere un dono era un bluff…o valeva finché le cose erano più facili. Ora sono arrivati al punto massimo e hanno dimostrato di non farcela e non c’è più speranza di migliorare e dimostrare ancora un grande valore.
Naturalmente, questo non significa che non possiamo elogiare i nostri figli quando ottengono obiettivi importanti. Tuttavia, dovremmo evitare un determinato tipo di complimento, quello che fa direttamente riferimento all’intelligenza o al talento piuttosto che al lavoro che hanno svolto. La giusta lode si rivolge al percorso orientato alla crescita, cioè al processo fatto di pratica, studio, costanza, perseveranza e adeguate strategie.
D’altronde, rivolgersi nel modo giusto all’interno della propria famiglia e fare poi commenti (positivi o negativi) che sottolineano il talento e le capacità innate relativamente ad altre persone trasmette comunque lo stesso messaggio di mentalità statica. Non è importante solo ciò che diciamo ai figli, ma il nostro atteggiamento generale nei confronti del mondo e degli individui che ci circondano.
Giudizi “fissi” sugli altri comunicano comunque una mentalità statica. E questo vale per qualsiasi educatore si approcci ai ragazzi, che si tratti di genitori o di insegnanti.
…e con gli studenti
Sempre la Dweck ha effettuato uno studio con degli studenti dove si svolgeva una lezione di matematica raccontando anche le storie di grandi matematici. Ad una metà si parlava di questi come di geni che avevano facilmente elaborato le loro scoperte; quindi, trasmettendo il messaggio che alcuni individui nascono intelligenti in questa disciplina e per loro tutto è facile.
All’altra metà, si raccontava di tali personaggi come di persone che si sono appassionate alla matematica e hanno finito per fare grandi scoperte, quindi implicitamente dicendo che competenze e risultati arrivano come conseguenza dell’impegno e dello sforzo.
E il risultato fu quello di innestare una mentalità statica nel primo gruppo e dinamica nel secondo.
C’è poi un altro messaggio che può trasmettere involontariamente un atteggiamento mentale fisso e ha sempre a che fare con le lodi.
Se ci complimentiamo con un alunno per la sua velocità di esecuzione di un compito o perché non ha fatto errori, gli stiamo sotto sotto dicendo che apprezziamo questi due aspetti, più che la dedizione e lo sforzo. Ma velocità e perfezione sono il nemico dell’apprendimento difficile, ottenuto con costanza, impegno e fatica, che rappresentano la maggior parte di ciò che impariamo.
Se, al contrario, questi deve sempre dimostrare di essere rapido e impeccabile, proverà a tuffarsi solo in situazioni facili per non deludere e non sentirsi inadeguato.
La Dweck ci suggerisce, in un caso del genere, di non sottolineare quegli aspetti, ma di inviare un messaggio di questo tipo: “Immagino che fosse troppo facile. Mi scuso per averti fatto perdere tempo. Ora facciamo qualcosa da cui puoi davvero imparare!”.
Le rassicurazioni che non aiutano
Abbiamo tutti presente l’ansia che può cogliere noi o qualcun altro prima di una qualsiasi prestazione. Come fare a rassicurare un bambino in questi casi senza trasmettere una mentalità statica?
Sappiamo che tranquillizzare ripetutamente i piccoli sulla loro intelligenza o sul loro talento è una strategia a breve termine che si ritorce contro. Da quel momento, avranno solo più paura di mostrare una carenza di qualche tipo.
Ovviamente, l’intento è dei migliori. Se una prova va male, la nostra prima tentazione è quella di proteggerli dal senso di fallimento. Il che può funzionare subito, ma fa danni nel lungo periodo.
Una delle soluzioni a volte scelta è quella di gridare all’ingiustizia o alla sfortuna per il voto non adeguato alle loro capacità. Ma questo non dà ai nostri figli alcun mezzo per comprendere i loro errori e capire come migliorare.
Allo stesso tempo, inveire contro l’insegnante che ha dato meno di quel che si meritano o ha fatto qualche errore per cui il voto gli è stato quasi “rubato” trasmette l’idea che il problema siano gli altri e non il loro impegno. A lungo andare, creerà una persona pronta ad addossare tutti i fallimenti all’esterno e a non volere affrontare le prove per non sfigurare. Insomma, un individuo che non si impegnerà o non sarà in grado di fare una corretta autovalutazione essenziale per crescere.
Un’altra ipotesi è quella degli adulti che svalutano l’ambito in cui la prestazione è stata effettuata: “Uh, questo sport non è importante”, “Figurati, la filosofia non ti servirà a niente nella vita”, ecc. I risultati sono simili a quanto detto sopra.
Anche un messaggio del tipo: “non preoccuparti, sei bravo/a e sai farlo, sarà per la prossima volta” messo così, isolato dal maggiore impegno che sarà necessario profondere per perfezionarsi, rischia di nuovo di accentuare l’importanza del talento innato.
C’è però un altro modo in cui genitori e insegnanti possono comportarsi credendo di fare il bene dei ragazzi: abbassando gli standard per dare agli studenti esperienze di successo, credendo che questo aumenti la loro autostima e i loro risultati. Per quanto possa sembrare una tattica diversa, non è molto dissimile dall’eccessivo elogio dell’intelligenza degli studenti. Infatti, non funziona. L’unico risultato sarà quello di ridurre il livello di istruzione degli studenti, aumentando il senso di diritto ad ottenere le cose con facilità.
Rassicurare un bambino all’interno della mentalità dinamica
Quindi, che si fa? Si sgrida e si umilia chi ha dato una prestazione deludente? No, ovviamente! Tuttavia, a meno di grandi e reali sfortune (che, per carità, possono sempre capitare) se la persona non ha performato adeguatamente, raccontarle che va tutto bene non è la soluzione.
Bisogna, sempre con tatto e attenzione, fare capire che forse quel voto o giudizio è corretto e che evidenzia che, pur essendo sulla strada giusta, bisogna migliorare ancora qualcosa, approfondire o esercitarsi di più. Il tutto sempre, però, aiutando a capire come imparare dall’insuccesso, cosa correggere, comprendendo ciò che non è andato come doveva. Ed empatizzando con la delusione della persona.
Purtroppo, gli effetti di messaggi che portano ad una mentalità statica, per quanto dati con le migliori intenzioni, fanno sentire i figli giudicati. Se una prova si passasse col talento innato, allora una bassa valutazione dimostrerebbe che non ne ho e sarei giudicato come inadeguato.
Ma se il problema è l’esercizio, la ripetizione, l’approfondimento, è qualcosa che posso raggiungere. In questo caso il commento non verrà sentito diretto alla persona, ma al comportamento (che può sempre migliorare). E’ la differenza tra percepirsi valutati o sentiti aiutati a crescere.
Bisogna rinunciare alla disciplina?
Aiutare i ragazzi a comprendere come affrontare le sfide della vita significa anche trasmettere l’idea che la comunicazione fra genitori e figli sia aperta e disponibile.
Attenzione: non bisogna confondere questo con l’accettazione incondizionata e l’assecondare ogni desiderio del figlio che sarebbe altrettanto (se non più) deleterio.
Standard elevati, limiti e regole devono esistere ma accompagnati dall’insegnamento su come raggiungerli. Accettando e rispettando, naturalmente, anche gli interessi e i desideri dei figli.
Uno dei principali fraintendimenti nell’educazione ad un corretto atteggiamento verso la crescita personale da parte dei genitori è, infatti, che la disciplina si impari attraverso giudizi e punizioni.
Ciò che si sta insegnando in quel momento, in realtà, è principalmente che se i figli vanno contro le regole o i valori dei genitori, saranno giudicati e puniti. Ma non li si aiuta affatto a capire come pensare ai problemi e a prendere decisioni adeguate e mature da soli.
E’ un po’ la stessa differenza che passa fra il classico divieto del tipo: “No e basta” e quello “No, perché” a cui fa seguito una spiegazione del motivo per cui un certo comportamento non va bene.
Noi insegniamo il metodo, i ragazzi scelgono la direzione
Un altro tema importante, infatti, che non vorrei venisse frainteso è che stiamo insegnando un modo per crescere, ma non dobbiamo imporre la direzione a tutti i costi. La mentalità dinamica si applica a tutto e quindi è importante trasmetterla perché i figli, crescendo, piano piano capiscano a quali ambiti sentono di volerla applicare. Spingere un ragazzo a dare il meglio, a raggiungere i traguardi con impegno e costanza non significa obbligare in un percorso unico voluto dai genitori.
Credo che abbiamo tutti presente quei padri e madri che impongono certi sport, attività o studi a figli che li odiano. O che, magari, li apprezzerebbero di più se non avessero il genitore a giudicare continuamente il loro talento o meno, a obbligare a continuare anche contro ogni evidenza di fatica immane e disinteresse del figlio.
In questi casi, il messaggio che passa è quello di amare il proprio figlio solo se aderisce perfettamente alle aspettative che abbiamo su di lui/lei. Il giovane si sente amato solo se rispetta certi standard e segue un percorso prestabilito.
In tali situazioni, si avverte un giudizio collegato ad un affetto che può venire meno se non si aderisce perfettamente a ciò che il genitore desidera.
Inutile dire che, dagli studi, emerge come i ragazzi con mentalità fissa sentano che i loro genitori non li ameranno e non li rispetteranno a meno che non soddisfino le loro aspirazioni.
E’ naturale, ovviamente, avere degli ideali per i propri figli. Il problema sta nel tipo di ideale.
Nelle ricerche svolte con studenti universitari si indagava quale fosse modello di studente di successo che essi avevano in mente e se pensassero di esserne all’altezza.
Gli studenti con una mentalità statica perlopiù descrivevano obiettivi irraggiungibii, fatti di talento innato e capacità naturali eccezionali. A cui loro sentivano di non potere arrivare. Allo stesso tempo, questi ideali li portavano a procrastinare, rinunciare e a sentirsi stressati per un obiettivo che non avrebbero mai potuto sperare di raggiungere.
Per gli studenti con una mentalità di crescita, invece, l’obiettivo era rappresentato, più che da un punto fermo, dall’espansione delle proprie conoscenze.
Non i voti come un fine in sé, ma come un mezzo per continuare a crescere.
E se ancora sentivano di non essere simili al loro modello desiderato, potevano comunque impegnarsi per cercare di raggiungerlo.
Per genitori molto centrati sul mindset fisso, invece, non solo non c’è spazio per l’errore, ma neanche per l’individualità del figlio che deve seguire i loro desideri.
Per concludere
Abbiamo visto come si può stimolare nei figli una mentalità dinamica piuttosto che una statica che li aiuterà a raggiungere meglio i propri obiettivi. Vediamo, per riassumere, alcuni consigli:
• Ogni parola e azione da genitore a figlio invia un messaggio. Valuta se i tuoi messaggi gli dicono che ha dei tratti permanenti e che li stai giudicando o se, al contrario, gli spiegano che è una persona in via di sviluppo e la sua crescita è ciò che ti interessa.
• Come usi la lode? Per elogiare l’intelligenza e il talento dei bambini o per concentrarti su processi, strategie e scelte che hanno utilizzato (la seconda è la risposta buona ;-))?
• Osserva attentamente come ti comporti quando tuo figlio sbaglia. Ricorda che la critica costruttiva è un feedback che aiuta il bambino a capire come risolvere qualcosa e non semplicemente un’etichetta.
• Non stabilire obiettivi irraggiungibili. L’importante non è dimostrare di avere talento, ma migliorare e imparare.
• Se sei un insegnante, non abbassare gli standard per aumentare l’autostima degli studenti; daglieli adeguati e trasmetti loro i modi per raggiungerli. Presenta gli argomenti delle lezioni in una cornice di crescita e fornisci agli studenti un feedback sul processo.
• Non valutare gli studenti più lenti come ragazzi che non saranno mai in grado di imparare bene. Invece, cerca di capire cosa non comprendono e quali strategie di apprendimento non hanno.
• Sei un allenatore intollerante agli errori? Cerchi di motivare i tuoi giocatori attraverso il giudizio? Questo potrebbe essere ciò che frena i tuoi atleti. Non chiedere partite senza errori, ma impegno e sforzo totali.
I mindset sono un vero e proprio modo di interpretare la realtà e di guardare a noi stessi e al mondo. Di fatto plasmano il dialogo interno che abbiamo e che può portare, spesso e senza che neanche ce ne accorgiamo, a dirci: “sono un perdente” o “posso sempre migliorare”.
I racconti interiori di chi ha un atteggiamento mentale statico sono dialoghi autodistruttivi e svalutanti o, al contrario, di autoesaltazione. Diversamente, il monologo interno delle persone con mindset di crescita è mirato a scoprire come si può imparare e crescere.



0 commenti