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I bias cognitivi che incidono sulle scelte

Aspetti psicologici | 0 commenti

I bias cognitivi che incidono sulle scelte

Quando è stata l’ultima volta che hai preso una decisione sulla base dei dati che avevi a disposizione? Probabilmente poco tempo fa. Alcune scelte non richiedono grandi analisi, altre sì ma…anche in questo caso, ci hai riflettuto bene? Hai cercato altri dati? Sei partito dall’idea di confermare o confutare la tua ipotesi?

Ok, partiamo dall’inizio. Ti spiego quali sono alcuni bias che incidono sul modo in cui decidiamo cosa fare, che scelte prendere, come comportarci, portandoci a volte sulla cattiva strada. E vedrai anche a cosa fare attenzione.

Consapevolezza della normalità

La principale funzione del “Sistema 1”, di cui abbiamo già parlato, è creare nel tempo (e aggiornare mano a mano) un modello di ciò che è normale e atteso. Lo fa costruendo connessioni fra idee relative a circostanze, eventi, azioni e risultati che si presentano con una certa regolarità nello stesso momento o a breve distanza di tempo. Questo ci permette di creare degli schemi che riconosciamo come corretti e che determinano la nostra interpretazione del presente e le aspettative sul futuro.

Se vediamo le nubi ingrossarsi, il cielo diventare scuro, di certo non ci meravigliamo se dopo poco iniziamo a sentire dei tuoni e poi arriva la pioggia. Anzi, questo ci permette di preannunciarlo tanto da munirci di ombrello, se dobbiamo uscire.

Questa capacità di riconoscere certe strutture ripetitive agevola anche la comunicazione fra le persone, perché certe visioni sono, in larga parte, condivise. Creiamo categorie e norme in cui rientrano gran parte delle nostre esperienze e che sono uguali o simili per molti di noi, senza bisogno di specificare oltre. Se parlo di una finestra, bene o male il mio interlocutore ha un’idea chiara di cosa intendo, così come se racconto di essere stata al supermercato.

Percezione dei nessi causali

Il “Sistema 1” ci aiuta a scorgere il normale scorrere degli eventi anche analizzando i nessi causali fra gli stessi. Quando ascoltiamo una storia, comprendiamo immediatamente il senso. Anche dove manchino alcuni dettagli, riusciamo a ricostruire un filo coerente e logico ragionando sulla catena probabile di cause ed effetti.

Se ti racconto che Giorgio passeggia nervoso e arrabbiato da mezz’ora davanti alla chiesa, guardando continuamente l’orologio e scrutando l’orizzonte, probabilmente intuisci che sta aspettando qualcuno in ritardo.

È il tuo “Sistema 1” che ha provveduto a farti trovare la logica degli eventi.

Questa capacità di cogliere al volo la normale progressione di una storia nasce fin da piccoli. Se si mostra una sequenza causa-effetto a dei bimbi di sei mesi e la successione è alterata, i piccoli si mostrano sorpresi. Insomma, il senso di causa-effetto è qualcosa di innato. Ed è talmente forte in noi, che siamo naturalmente spinti a cercare agenti e intenzioni individuali per comprendere il significato di ciò che vediamo succedere.

Il rischio di trarre conclusioni sbagliate

Questo sistema ci aiuta nel comprendere le cose immediatamente e, altrettanto rapidamente, saltare alle conclusioni. Questo va bene in molti casi, ma diventa rischioso se la situazione è sconosciuta, la posta in gioco è alta e non abbiamo il tempo di raccogliere più informazioni. In questi casi, sarebbe meglio evitare di andare ad istinto e bisognerebbe invece attivare il “Sistema 2”.

Tuttavia, a volte neanche ci accorgiamo che la situazione presenta delle ambiguità, che sono necessarie più informazioni e che è richiesto un pensiero più logico e meno istintivo. Il “Sistema 1” si attiva immediatamente, interpretando quanto avviene sulla base del contesto e dell’esperienza.

Il risultato è che si prende una decisione precisa senza esserne consapevoli. Ci viene in mente una sola interpretazione non accorgendoci delle incongruità.  E il “Sistema 2” si fida.

La stanchezza non è buona consigliera

Abbiamo già visto che è più facile ingannarci quando siamo stanchi.

Come facciamo, infatti, a capire se quello che ci viene detto è vero? Tendenzialmente, proviamo innanzitutto a crederci e vediamo se ha senso oppure no, se è plausibile o meno. La diffidenza e il dubbio, però, non nascono dal “Sistema 1”, ma dal 2. Il quale, solitamente, tende a farsi convincere. Lui avrebbe proprio il compito di dubitare, ma se è indaffarato o fiacco, lascia perdere e si fida.

Non è un caso se gli studi mostrano come le persone si facciano  più  influenzare da messaggi  chiaramente persuasivi, come gli spot pubblicitari, quando sono stanche e deconcentrate.

Bias di conferma

Persino il funzionamento della memoria associativa incide nel farci credere più facilmente a quanto ci viene detto, anche sulla base di come le affermazioni sono formulate.

Se ti chiedo: “Giulia è simpatica?” è più facile che ti vengano in mente esempi del suo comportamento correlati alla domanda e diversi da quelli che cercheresti nella tua memoria se ti avessi chiesto: “Giulia è antipatica?”.

Mentre in campo statistico le affermazioni si dimostrano cercando di confutarle (la famosa “ipotesi nulla”), nella vita normale le persone cercano prove compatibili con le proprie credenze. Infatti, il “Sistema 2” verifica un’ipotesi con una specifica ricerca di prove a conferma secondo la «strategia di test positivo».

Insomma, il “Sistema 1” tende ad accettare acriticamente idee ed ipotesi, se non vi sono particolari elementi di sorpresa; il “Sistema 2”, dal canto suo, va alla ricerca di affermazioni che supportino le tesi, piuttosto che provare a smentirle.

Effetto alone

Un bias che incide su questa abitudine a rafforzare le nostre idee è anche l’”effetto alone”. Se ci piace (o non ci piace) un aspetto di una persona, tenderemo ad apprezzarne (o a detestarne) anche altri lati, facendo persino presunzioni su ciò che non abbiamo avuto modo di testare.

È chiaro che questo metodo ci facilita nelle scelte e nel creare una visione coerente della realtà che ci circonda. Ma non necessariamente più vera.

Ad esempio, in un famoso esperimento, Solomon Asch dimostrò come le persone tendono a farsi influenzare dalle prime caratteristiche presentate. Se sono buone, danno un alone di positività anche alle successive. E viceversa.

Chiese a due gruppi di individui di descrivere l’impressione che avevano della personalità di questi due soggetti:

Ben: intelligente – industrioso – impulsivo – critico – ostinato – invidioso

Allen: invidioso – ostinato – critico – impulsivo – industrioso – intelligente

Come forse avrai notato, gli aggettivi sono gli stessi, solo in ordine inverso. Eppure, le conclusioni che ne vennero fuori furono sensibilmente differenti. In linea di massima, l’idea prodottasi nella prima serie fu quella di una persona abile che possiede alcuni difetti i quali, comunque, non oscurano i meriti. Nel secondo esempio, l’immagine fu, invece, quella di un soggetto problematico, le cui abilità erano ostacolate dalle sue serie difficoltà.

Un po’ discordanti, per essere le stesse qualità, non credi?

Come ridurre l’effetto alone

L’”effetto alone” è potentissimo e, come al solito, in grande parte assolutamente inconsapevole. È così efficace perché tende a eliminare le ambiguità, permettendo di darci un’impressione di coerenza.

Possiamo dire che aveva ragione Wilde quando sosteneva che “Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione” 😉

Ora, poiché l’ordine secondo il quale osserviamo le caratteristiche di una persona è solitamente determinato dal caso, capiamo bene come il nostro giudizio possa essere altamente influenzato dalla casualità più che dalla nostra obiettività.

Come facciamo, allora, a non farci condizionare da questo aspetto così forte in noi quando ci accorgiamo che la nostra valutazione può essere importante ed avere effetti non secondari?

Kahneman, nel suo libro “Pensieri lenti e veloci”, suggerisce di decorrelare l’errore; in pratica, si dovrebbero sempre cercare informazioni da multiple fonti di prove, che siano indipendenti l’una dall’altra per non influenzarsi reciprocamente. Altrimenti l’una tende ad incidere sull’altra. Come abbiamo già analizzato precedentemente, è esattamente il contrario di quello che avviene sui social e sui giudizi che ci formiamo attraverso di essi.

Probabilmente non ti sarà sfuggito l’effetto che questo bias può avere su decisioni importanti sia nella vita privata che nel lavoro.

È un aspetto che può molto influenzare le assunzioni (ad esempio, persone di bell’aspetto vengono solitamente considerate più intelligenti di quelle meno gradevoli fisicamente). Ma può anche influire su decisioni professionali rilevanti, dove la nostra analisi dei dati potrebbe essere non così obiettiva come crediamo se non siamo stati attenti a decorrelare le nostre fonti di informazioni.        
Ad esempio, nelle riunioni in cui si devono assumere scelte di peso, sarebbe bene richiedere una sintesi del proprio pensiero ai partecipanti prima di incontrarsi, in modo che l’opinione dei presenti non sia condizionata da chi parla per primo.

L’amore per la coerenza

Abbiamo dunque visto che a seconda delle domande che ci vengono poste, cerchiamo informazioni in linea per confermare la domanda (“Giulia è simpatica?” attiva ricerche diverse da “Giulia è antipatica?”). E anche che ci piace dare coerenza alle nostre storie, per cui quanto conferma alcune nostre idee viene selezionato con più facilità.

Ma non solo: se alcuni (o molti) elementi non sono presenti, cerchiamo di costruire una storia coerente aggiungendo noi dei pezzi e saltando alle conclusioni.
Infatti, per il “Sistema 1”, l’ideale è creare storie internamente sensate. La quantità e la qualità dei dati su cui si basa la storia sono, invece, in buona parte irrilevanti. Quando le informazioni sono scarse, il “Sistema 1” non si preoccupa e trae le sue considerazioni finali.

“Marco avrà successo? È intelligente e competente”. Tanto ci basta, non vogliamo approfondire e chiedere altri elementi che potrebbero incidere, per noi la risposta è “sì”. Poche informazioni e abbiamo subito pronta una risposta. Se avessi detto “è lento e pigro”, saremmo stati altrettanto veloci nel rispondere negativamente.
Quando dobbiamo rispondere ad un quesito del genere, il “Sistema 1” non va a svegliare il “Sistema 2”, chiedendo un’opinione perché mancano troppi dati. Si accontenta di quello che ha e, se i termini sembrano costruire una storia coerente, è più che sufficiente per lui. In fondo, c’è fluidità cognitiva: cosa può volere di più? Il giudizio è sfornato!
Anche perché, nel frattempo, il “Sistema 2”, come sempre, sonnecchia, ben felice che qualcun altro faccia il lavoro per lui. Anche se gli esiti non sono proprio perfetti.
Volendo, sarebbe perfettamente in grado di andare più a fondo, controllare meglio gli elementi che mancano per dare un giudizio più preciso; ma poche volte sente la necessità di attivarsi, ritenendo più che sufficiente il lavoro del suo sveglio compagno.

Insomma, per il “Sistema 1” quello che gli si presenta è tutto ciò che serve. O, come dice Kahneman, “WISIATY” (what you see is all there is) è il meccanismo che lo spinge e a prendere decisioni con pochi elementi a disposizione.

Tutti questi meccanismi rendono conto anche di un altro paradosso: siamo tendenzialmente più certi del nostro giudizio quante meno informazioni abbiamo. Se aggiungiamo dati che possono essere diversi da quelli già in nostro possesso, riduciamo la coerenza della nostra storia. È quest’ultima, e non la completezza di informazioni, che ci convince di più.
Tuttavia, è inutile dirlo, per prendere buone scelte, è meglio avere elementi completi, più che coerenti!

Ma pochi dati ci danno un’impressione di logica interna e creano fluidità cognitiva; e questa, a sua volta, ci dà un senso di verità. Ricordi?

Un grande vantaggio in un mondo complesso dove si devono prendere tantissime scelte in poco tempo. E spesso ciò che ci troviamo di fronte non richiede troppe attenzioni. Il problema, però, è che quando dobbiamo fare scelte accorte che possono incidere notevolmente sul nostro futuro, non sempre ci fermiamo ad attivare un pensiero logico e approfondito; usiamo il solito sistema, che in questi casi non è il migliore.

Conclusioni

Abbiamo visto che il metodo abituale con cui ci formiamo giudizi non è proprio…scientifico 😉

Purtroppo, la nostra visione è più influenzata da alcuni aspetti poco utili per trovare la verità:

  • quando sono presenti ambiguità nel contesto e sarebbero necessari altri dati, non sempre ce ne accorgiamo. Invece che attivare il “Sistema 2”, ci fidiamo dell’1 che interpreta velocemente e sulla base dell’esperienza;
  • la stanchezza tende a farci perdere energie per attivare adeguatamente il pensiero logico; in questo caso, lasciamo fare al nostro “Sistema 1”, fonte talvolta di errori;
  • a seconda di come formuliamo i quesiti a cui rispondere (framing), ricercheremo informazioni diverse,  coerenti con la domanda. Il che non ci porta alla soluzione migliore, quanto spesso a quella più coerente con quanto ci è stato chiesto. Se ti dico che una merendina è priva al 90% di zuccheri, probabilmente sceglierai quella per la tua dieta, invece che una con il 10% di zuccheri. È la stessa, lo so, ma il tuo cervello tende a leggerla diversamente;
  • le prime caratteristiche di una persona o situazione, finiscono per incidere sul modo in cui la valuterai, spandendo una sorta di alone su tutto il resto, positivo o negativo a seconda dei primi dati ricevuti;
  • l’apparente coerenza della storia ci piace di più della completezza dei dati che abbiamo a disposizione. Per questo, ancora una volta, è importante che – di fronte a scelte importanti – ci premuniamo di raccogliere elementi da fonti attendibili e decorrelate. Attivando il “Sistema 2”, l’unico in grado di fare un’analisi adeguata e non fermarsi alla prima impressione.

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