La felicità porta al successo (non il contrario)

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Un uomo felice su una scala che sale, simbolo di successo

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha pensato a come sarebbe stato felice se avesse avuto successo in qualcosa. Dai bei voti a scuola, alla promozione sul lavoro fino ad una busta paga importante, ogni volta identifichiamo la base della nostra felicità in un traguardo da raggiungere. E, spesso, pensiamo che ci cambierà la vita e lo farà per sempre. 

D’altra parte, non è un pensiero che ci siamo inventati. Di base, è un’idea che ci arriva dal nostro contesto. Scuola, azienda, genitori e società spesso ci rimandano questa visione: se lavori duro, avrai successo. E, una volta ottenuto il successo, sarai felice. 
Eppure, è una regola che ciascuno di noi ha visto saltare spesso. Se fosse vera e indiscutibile, ogni volta che raggiungiamo un obiettivo di qualsiasi tipo dovremmo essere contenti. Ma sappiamo come con ogni raggiungimento ottenuto, finiamo per spostare un po’ più in là i nostri obiettivi di successo. E, con loro, la nostra ipotesi di felicità. 

Perché questo avviene? Perché la formula è sbagliata e va letta al contrario.

Gli insegnamenti della psicologia positiva

Secondo le ricerche nell’ambito della psicologia positiva e delle neuroscienze il rapporto fra questi due elementi va infatti rovesciato. È la felicità ad essere il precursore del successo, non il contrario.
La prima, insieme all’ottimismo, sembra infatti alimentare prestazioni e risultati; i quali, a loro volta, ci danno un vantaggio competitivo.
Secondo Shawn Achor, l’autore di “The happiness advantage” che ha analizzato moltissimi  studi in questo campo,  aspettare di essere felici limita il potenziale di successo del nostro cervello, mentre coltivare una mente positiva rende più motivati, efficienti, resilienti, creativi e produttivi. Le basi per spingere verso l’alto le prestazioni.

La psicologia positiva ha certamente introdotto una rivoluzione dentro al mondo della psicologia. Fino a quel momento, ciò su cui andava principalmente lo sguardo di studiosi e ricercatori era la deviazione dalla media in senso negativo. Cioè, capire la patologia, le sue cause e come intervenire.
Ma essere felici e in equilibrio non può consistere solo nell’eliminare la patologia. Se i nostri sforzi saranno tesi solo a ridurre gli aspetti negativi, ci perderemo l’opportunità di raggiungere quelli positivi, di essere non solo “non malati”, ma anche di “stare bene”.

Nel 1998, Martin Seligman, allora presidente dell’American Psychological Association, valutò che era finalmente giunto il momento di cambiare l’approccio tradizionale alla psicologia. Dall’analisi dei sintomi e delle cause dell’infelicità alla valutazione di ciò che fa stare bene, potenzia le nostre capacità, sviluppa il nostro potenziale. Nasce così la “psicologia positiva”.

Il paradosso della ricerca di successo

Nella nostra società, siamo abituati ad identificare il successo come il punto di arrivo di un percorso basato su studi approfonditi di diverse materie oltre che di esperienze lavorative importanti. E da questo punto di vista, oggi certo non mancano le occasioni per formarsi, se si ha la voglia e la possibilità.
Ciò a cui puntiamo è la massima efficienza sia che si tratti di studio che di lavoro.  E, per raggiungere questi nostri obiettivi, siamo spesso disposti a rinunciare a gran parte degli altri aspetti, mettendoli in secondo piano. 

Quello che non sappiamo è che in questo modo finiamo per sacrificare proprio i principali fattori predittivi di successo e felicità: la nostra rete di supporto sociale e le emozioni positive. 
La scusa che ci diamo è che la felicità arriverà con il successo e allora potremo goderci la serenità raggiunta. Perché siamo convinti che la formula magica sia “impegno=successo=felicità”. Ma la formula va invertita: è la felicità a precorrere il successo.

Com’è possibile? Il fatto è che il nostro cervello è programmato per dare il massimo non quando è negativo o neutro, ma quando è positivo.
Quindi, più sacrifichiamo momenti piacevoli per il successo più abbassiamo le probabilità di ottenerlo.

I sette principi del successo

Shawn Achor ha  raccolto e analizzato un’enorme quantità di ricerche in questo campo, identificando poi sette modelli specifici, praticabili e comprovati che predicono il successo e il raggiungimento degli obiettivi.

Il vantaggio della positività

Si parte innanzitutto da un principio: le persone con atteggiamento positivo hanno un vantaggio biologico rispetto a coloro che ce l’hanno neutro o negativo. Per questo diventa importante imparare a rieducare il nostro cervello a capitalizzare sulla positività per migliorare produttività e prestazioni. 

Il fulcro e la leva

Il modo in cui viviamo il mondo e la nostra capacità di avere successo cambiano costantemente in base alla nostra mentalità. Questo principio insegna come modificare il proprio mindset (spostare il fulcro in modo da avere il potere – la leva – di essere più appagati e di successo).

Effetto Tetris

Quando il nostro cervello si concentra su stress, negatività e fallimento, di fatto ci sta portando dritti verso quest’ultimo. Per questo diventa essenziale rieducare la nostra mente a individuare possibilità, in modo da poter vedere e cogliere opportunità quando ci guardiamo intorno.

Caduta

Nel mezzo di sconfitte e crisi, possiamo seguire percorsi diversi per affrontare le situazioni. Questo principio riguarda la ricerca del percorso mentale che non solo ci porta fuori dal fallimento o dalla sofferenza, ma ci insegna anche a essere più felici e ad avere più successo.

Il cerchio di Zorro 

Quando siamo sovraccarichi e ci sentiamo sopraffatti, il nostro cervello razionale può essere sommerso dalle emozioni. Questo principio insegna a riprendere il controllo concentrandoci prima su obiettivi piccoli e gestibili, per poi espandere gradualmente il nostro cerchio per raggiungere traguardi sempre più grandi.

La regola dei 20 secondi 

La nostra forza di volontà non è un recipiente da cui attingere illimitatamente. Quando essa viene meno, ricadiamo nelle nostre vecchie abitudini e seguiamo la via di minor resistenza e fatica. Questo principio mostra come, con piccoli aggiustamenti, si possono sostituire le cattive abitudini con quelle buone.

Investimento sociale

Sotto stress, alcune persone scelgono di rintanarsi e rifugiarsi in se stesse. Ma gli individui di maggior successo hanno solitamente un segreto: investono in amici, colleghi e familiari per andare avanti. Questo principio ci insegna come puntare di più sulla nostra rete di supporto sociale che si è rivelata appunto essere uno dei maggiori fattori predittivi di successo. 

Nei prossimi articoli vedremo più approfonditamente in cosa consistono questi principi e come realizzarli. Per ora, però, rimaniamo focalizzati su come il nostro stato d’animo positivo anticipi grandi risultati.

È la felicità che porta al successo (in ogni ambito)

Insomma, può essere difficile da accettare, ma la formula fra felicità e successo va invertita. Ed è dimostrato.
In uno studio pubblicato nel 2005, gli autori, Lyubomirsky, King e Diener, hanno completato una “meta-analisi”, cioè uno studio su oltre 200 ricerche indipendenti su un totale di 275.000 persone in tutto il mondo per stimare quanto, effettivamente, la felicità potesse portare al successo. E hanno provato i suoi potenti effetti in quasi ogni ambito, inclusi lavoro, salute, amicizia, socialità, creatività ed energia.

Si tratta di ricerche importanti perché ci permettono di imparare a coltivare la mentalità e i comportamenti che, come dimostrato empiricamente, alimentano una maggiore realizzazione. 

Noi non siamo (solo) i nostri geni

Ma facciamo un passo indietro ed andiamo ad osservare una delle idee più diffuse, soprattutto in tempi recenti: la convinzione che noi siamo determinati solo dai nostri geni. Uno dei miti più insidiosi della nostra cultura è proprio l’idea che le persone vengano al mondo con un insieme fisso di capacità e che loro, e il loro cervello, non possano cambiare.

Per gran parte del XX secolo, era opinione comune che dopo l’adolescenza il nostro cervello fosse fisso e inflessibile. La neuroplasticità, l’idea che il cervello sia malleabile e possa quindi cambiare nel corso della vita, era scartata a priori. Eppure, qualche anno dopo, alcuni ricercatori iniziarono a scoprire tracce di questa possibilità. 

Il cervello diverso dei tassisti londinesi

In un famoso studio del 2000 che analizzò il cervello dei tassisti londinesi, si scoprì che  questi avevano ippocampi, la struttura cerebrale deputata alla memoria spaziale, significativamente più grandi rispetto a quelli della persona media. Ma perché proprio i tassisti londinesi e non quelli americani? 
Le strade di Londra non seguono un sistema a griglia come gran parte di Manhattan o Washington, ad esempio. Di conseguenza, muoversi a Londra (quando ancora i navigatori non erano diffusi) era come muoversi in un enorme labirinto che richiedeva al conducente una vasta mappa spaziale interna. 

Ora, l’ippocampo dei tassisti londinesi può sembrare qualcosa che nulla ha a che fare col nostro tema. Tuttavia, è stato uno dei punti centrali a favore della neuroplasticità, cioè della capacità del nostro cervello di modificarsi in relazione alle esperienze e all’ambiente personali.

Mano a mano che gli studi in materia avanzavano, si sono scoperti numerosi modi in cui possiamo riprogrammare il nostro cervello per renderlo più positivo, resiliente e produttivo.
Adesso la domanda non è più se le nostre attività quotidiane e i nostri comportamenti possano cambiare il nostro cervello, ma piuttosto quanto lo possano modificare.

La conquista di Roger Bannister (chi era costui?)

Shawn Anchor, per illustrare questo potere, ci porta l’esempio di  Roger Bannister. Negli anni ’50, gli esperti erano arrivati alla conclusione che il corpo umano non potesse correre un miglio in meno di quattro minuti. Un’impossibilità fisica, in pratica. 
Ma Roger Bannister, probabilmente, non aveva letto quelle conclusioni e seguiva il famoso detto popolare che “il calabrone non potrebbe volare, ma lui non lo sa”. Così, nel 1954, Bannister corse il suo miglio in 3:59.4. Con buona pace delle analisi degli scienziati.

Ok, dirai tu: un grande. Ma allora?
La cosa interessante non fu questo record, ma il fatto che subito dopo, improvvisamente, decine di corridori iniziarono a superare il traguardo dei quattro minuti ogni anno, uno più veloce dell’altro. 
Insomma, era stato impossibile finché qualcuno non aveva creduto che si potesse fare. Da quel momento, una barriera invisibile era crollata e molti altri sentivano che potevano riuscirci e ci riuscirono.

Ancora non conosciamo i limiti dell’enorme potenziale del nostro cervello di crescere e adattarsi alle circostanze mutevoli. Ciò che sappiamo è che questo tipo di cambiamento è possibile. 
Se si può battere il record della corsa, è possibile anche aiutare le persone ad essere più felici, i pessimisti a diventare ottimisti e i cervelli stressati e negativi a vedere più possibilità. 

Naturalmente, non è facile come bere un bicchiere d’acqua. Avere solo la conoscenza di questi principi di miglioramento non basta per modificare il nostro comportamento in modo reale e duraturo. Sono necessari concentrazione e impegno per metterli in pratica e ottenere i risultati.

Capovolgere la visione

Siamo stati quindi indotti a credere per anni che la felicità ruotasse attorno al successo. Ora, grazie alle scoperte nel campo della psicologia positiva, scopriamo che è vero il contrario. Quando siamo felici, quando la nostra mentalità e il nostro umore sono positivi, siamo più motivati ​​e quindi abbiamo più probabilità di avere successo. È la felicità a rappresentare il centro, mentre il successo ruota attorno ad essa. 

Il problema nell’interpretare il mondo al contrario è che, nel tentativo di raggiungere ciò che desideriamo, rischiamo di allontanarci da esso. 
Sembra, quindi, che le persone di maggior successo non siano coloro che considerano la felicità come una lontana ricompensa per i loro successi, bensì quelle che capitalizzano maggiormente gli aspetti positivi, raccogliendo mano a mano i risultati.

I ricercatori definiscono la felicità come l’esperienza del piacere unito a sentimenti più profondi di significato e scopo.
Martin Seligman, pioniere della psicologia positiva, l’ha suddivisa in tre componenti misurabili: piacere, coinvolgimento e significato. Nei suoi studi si conferma che le persone che perseguono solo il primo sperimentano una parte ristretta dei benefici. Chi, invece, percepisce tutte e tre le componenti, sperimenta una vita più piena. 

Le ricerche sulla felicità

Abbiamo già parlato della meta-analisi che ha scoperto che la felicità porta al successo in quasi ogni ambito della nostra vita, tra cui matrimonio, salute, amicizia, coinvolgimento nella comunità, creatività e, in particolare, lavoro, carriera e attività imprenditoriale.
I numerosi dati dimostrano che i lavoratori felici hanno livelli di produttività più elevati, realizzano più vendite, ottengono risultati migliori in posizioni di leadership e ricevono valutazioni più alte delle prestazioni e stipendi migliori. Inoltre, godono di una maggiore sicurezza del posto di lavoro e sono meno propensi a prendersi giorni di malattia, a licenziarsi o a esaurirsi. 
Anche i CEO felici hanno maggiori probabilità di guidare team di dipendenti felici e sani, che trovano il loro clima lavorativo favorevole a prestazioni elevate. 

Qual è la causa e quale l’effetto?

Tuttavia, chi ha studiato statistica sa che correlazione non corrisponde a causalità. È quindi fondamentale comprendere se la felicità venga prima del successo e lo causi o il contrario.
Analizzando questo aspetto attraverso gli studi si scopre che è la felicità a precedere risultati importanti e indicatori di benessere.
Ad esempio, una ricerca che ha misurato il livello iniziale di emozioni positive in 272 dipendenti e ha analizzato le loro prestazioni lavorative per i successivi diciotto mesi ha scoperto che, anche dopo aver controllato altri fattori, coloro che erano più felici all’inizio finivano per ricevere valutazioni migliori e stipendi più alti in seguito.
Lo stesso è capitato in uno studio dove si è trovato che la felicità degli individui al primo anno di università prediceva quanto sarebbe stato alto il loro reddito diciannove anni dopo, indipendentemente dal loro livello iniziale di ricchezza.

I diari delle suore

Ma forse una delle analisi longitudinali più particolari proviene da una fonte inaspettata: i vecchi diari di suore cattoliche.
Le suore le cui annotazioni sul diario contenevano contenuti più apertamente gioiosi vivevano quasi dieci anni in più rispetto a quelle le cui annotazioni erano più negative o neutre. All’età di 85 anni, il 90% del quartile più felice delle suore era ancora vivo, rispetto a solo il 34% del quartile meno felice. 
Cosa vuol dire? Che la felicità può migliorare la nostra salute fisica, che a sua volta ci fa lavorare più velocemente e più a lungo, aumentando quindi le nostre probabilità di buoni risultati.
Quindi, il collegamento non è solo diretto, ma permesso attraverso un’infinità di collegamenti con altri aspetti che vengono aiutati da uno stato d’animo positivo e che influiscono sulle possibilità generali di successo e realizzazione di obiettivi.

Felicità e infelicità sul lavoro

Questa correlazione vale anche al contrario: le persone infelici prendono più giorni di malattia al lavoro, rimanendo a casa in media 1,25 giorni in più al mese, ovvero 15 giorni di malattia in più all’anno. In un altro studio, i ricercatori hanno prima misurato i livelli di felicità nei dipendenti, poi hanno iniettato loro un ceppo del virus del raffreddore. Chi aveva ottenuto i punteggi precedenti più alti alla scala della felicità aveva combattuto il virus molto meglio di chi aveva avuto risultati più bassi. E non solo si sentivano meglio, ma presentavano anche meno sintomi oggettivi di malattia.
Questo dovrebbe risultare certamente come un invito alle aziende a creare un ambiente di lavoro sereno che può garantire dipendenti più produttivi ed efficienti, meno assenteismo e minori spese sanitarie.

A cosa serve la felicità?

Sappiamo che essere felici ci fa stare bene, ma l’obiettivo di questa sensazione è solo il nostro benessere o c’è qualcosa di più profondo? Le ricerche ci mostrano come questa emozione abbia uno scopo evolutivo molto importante. Mentre, infatti, le emozioni negative restringono le nostre azioni alla lotta o alla fuga, quelle positive ampliano la gamma di possibilità, poiché ci rendono più riflessivi, creativi e flessibili. Ad esempio, persone in cui sono state stimolate sensazioni di divertimento o soddisfazione mostrano una gamma più ampia di pensieri e idee rispetto a coloro indotti a provare ansia o rabbia.
Al contrario, ragionamenti ansiosi portano al rimuginio che restringe fortemente il campo del nostro pensiero.

Questo effetto amplificatore ha una funzione biologica, in quanto la felicità ci dà un vero vantaggio sulla concorrenza. Come? Le emozioni positive inondano il nostro cervello di dopamina e serotonina, sostanze chimiche che non solo ci fanno sentire bene, ma attivano i centri di apprendimento del nostro cervello. Ci aiutano quindi a organizzare nuove informazioni, a conservarle nel cervello più a lungo e a recuperarle più velocemente; ma anche a creare più connessioni neurali, portandoci ad una maggiore velocità di pensiero e creatività, migliore capacità di risoluzione dei problemi e, quindi, capacità decisionale.

Inoltre, la felicità amplia anche il nostro…angolo visivo! Vediamo letteralmente di più di ciò che ci circonda quando ci sentiamo appagati. Nel 2009 uno studio dell’Università di Toronto ha scoperto che il nostro umore può cambiare il modo in cui la corteccia visiva elabora le informazioni, ampliando la nostra visione periferica. Nel caso di emozioni negative, sottolineano gli Autori, si potrebbe quindi avere un campo visivo limitato che potenzia i riflessi stereotipati, mentre un aumento della visibilità ci apre ad un comportamento esplorativo con tutti i vantaggi conseguenti.

Ora, se il nostro umore sereno può portare tutti questi vantaggi, immaginiamoci l’impatto cumulativo che potrebbe avere nel tempo se queste emozioni positive fossero sperimentate fin dall’infanzia e per tutta la vita!

La felicità riduce gli errori diagnostici

Se ancora non sei sicuro di quanto sia importante essere felici per avere una vita piena di buone cose, forse ora ti convincerai. Se non stai bene, cerca di andare da un medico con un umore positivo 🙂 Eh già, perché pare che la serenità incida anche sugli errori diagnostici, che spesso derivano da una mancanza di flessibilità nel pensiero o da un bias definito “ancoraggio”

In un esperimento del 1997 Estrada e colleghi mostrarono che un buon umore indotto prima di una diagnosi aumentava la velocità con cui la stessa veniva emessa in modo corretto (quasi il doppio della velocità del gruppo di controllo) e riduceva l’effetto del bias di ancoraggio (circa due volte e mezzo inferiore).
Come rendevano i medici più felici? Con delle semplicissime caramelle! Non premi importanti come denaro, promozioni o vacanze, ma una banale “chicca” promessa appena prima di iniziare il compito. Insomma, anche piccolissime dosi di positività possono dare un serio vantaggio competitivo. Questa è certamente una lezione importante per quelle persone molto rigide con se stesse che non si concedono mai neanche un minimo premio, pensando solo al dovere.

Gli effetti positivi della felicità non si esplicano solo direttamente, ma anche indirettamente. Infatti, le emozioni positive riducono  stress fisico e ansia; risultato che migliora la nostra concentrazione e il nostro funzionamento generale.

Come si raggiunge la felicità

Un tempo gli scienziati credevano che la felicità fosse quasi completamente ereditaria, mentre ora sappiamo di avere molto più controllo sul nostro benessere emotivo.

È vero che ciascuno di noi ha una soglia di felicità di base attorno alla quale oscilla quotidianamente, ma abbiamo la possibilità di elevare tale linea in modo permanente con un nostro impegno attivo. Continueremo ad avere movimenti sopra e sotto quella soglia, ma da un livello più alto.

D’altra parte, innalzarla è forse più semplice di quanto non si pensi (anche se richiede un nostro sforzo continuo e costante e questa è la parte che può risultarci più complessa). Se, come emerge da questi studi, bastano piccole cose come caramelle, brevi video divertenti o piccole conversazioni con amici per avere miglioramenti significativi e immediati nelle capacità cognitive e nelle prestazioni lavorative, l’obiettivo non è impossibile da raggiungere, anzi!

Il paradosso è che per avere obiettivi duraturi e un livello di felicità media alta che dura nel tempo, dobbiamo concentrarci su come ci sentiamo giorno dopo giorno, piccoli passi costanti per grandi risultati. Ma questo è un altro discorso e lo vedremo nei prossimi articoli.

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