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Le 11 regole del garage: cosa ci insegnano sull’innovazione

Cambiamento | 2 commenti

È il lontano 1938 quando Bill e Dave, due amici ingegneri neolaureati alla Stanford University di Palo Alto, decidono di seguire il suggerimento del loro professore di ingegneria che li aveva incoraggiati a creare un’azienda di strumenti elettronici. La coppia era affiatata e piena di idee, in effetti, ma purtroppo mancavano i soldi.
Così, la moglie di David trovò una casa in affitto in Adison Avenue, al numero 367 di Palo Alto, per una cifra abbordabile. Bill andò invece a vivere nella dependance e, insieme, iniziarono a creare il loro laboratorio all’interno del garage.

I garage della Silicon Valley

Sì, quella del garage nella Silicon Valley sembra essere una vera e propria fissa ed è esattamente da qui, dal lavoro di questi due pionieri in un’autorimessa, che è iniziata la moda (o la necessità, visti i pochi mezzi solitamente a disposizione dei giovani creatori) diffusasi poi in tutta l’area.
La Santa Clara Valley, risoprannominata “Silicon” per gli innumerevoli fabbricanti di semiconduttori e processori fatti da microchip basati sul silicio (che a loro volta rappresentarono un polo d’attrazione per l’insediamento di aziende di hardware e software) visse il proprio boom grazie ad un incubatore tecnologico dell’Università di Stanford voluta dallo stesso professore che incoraggiò i due ragazzi, Frederick Emmons Terman.

È ormai universalmente noto che in questo luogo siano nate e si siano sviluppate una miriade di aziende fra le più innovative degli ultimi anni. Imprese che hanno rivoluzionato la nostra vita: da Apple a Xerox, da Yahoo a Google, da Facebook a LinkedIn e molte altre. Ed è proprio quel piccolo garage in Addison Avenue il luogo dove tutto ebbe inizio.

200A e la Walt Disney

Dunque, avevamo lasciato Bill e Dave in un garage a lavorare alle loro idee. Come prima creazione, realizzarono un Oscillatore Audio che calcolava il timbro esatto di un suono, da lì a poco brevettato con il nome di 200A. La scelta non fu causale, ma rappresentò un vero e proprio prodotto del marketing; il numero 200 servì infatti a non far credere che fosse l’unico strumento realizzato.
Evidentemente la tecnica funzionò, perché fu proprio la Walt Disney ad interessarsi al brevetto per poterlo sfruttare nella creazione del film “Fantasia”, uno dei capolavori della casa di produzione che per la prima volta utilizzò in questo pellicola la tecnologia stereo. Ordinando otto oscillatori per tale scopo.  

Niente da dire, un inizio entusiasmante. Ma mancava un punto fondamentale. Come trovare il nome all’azienda nascente? Senza troppa fantasia: utilizzando i cognomi.
Nacque così la HP (Hewlett & Packard) specializzata nei calcolatori elettronici. Poco più di vent’anni dopo, l’azienda entrò nella Borsa di New York e nel 2000 la HP si comprò quel garage dove tutto ebbe inizio con lo scopo di preservarlo nelle condizioni originarie del ’39.
Dal 1987 fu registrato come “California Historical Landmark No. 976” e ufficialmente dichiarato “Birthplace of Silicon Valley”; dal 2007 è inserito nella lista del National Register of Historic Places degli Stati Uniti d’America. 

La concorrenza

Non tutte le scelte furono indovinate, però; ad esempio, nel ’75 lavorava presso l’HP anche un tale Steve Wozniak 😉 che, nel tempo libero, si divertì a progettare il primo personal computer e lo propose all’azienda. La quale, in questo caso con scarsa lungimiranza, lo rifiutò considerandolo un progetto non redditizio e impraticabile.

Fu così che, nel ’76, nacque la Apple e l’HP dovette iniziare una rincorsa di quasi un decennio che culminò nella produzione dell’HP35, un prodotto che ebbe comunque un notevole successo. È interessante sapere che venne prodotto nonostante i risultati negativi derivati da un’analisi di mercato fatta fare da Bill. Il quale, per fortuna, se ne fregò degli esiti dello studio e si buttò comunque.

Un buon esempio di come un’analisi di mercato non sempre sia la soluzione giusta per creare nuove opportunità di business.

L’etica del lavoro

Benissimo, direte voi, bella storia. Ma che c’entra tutto questo con le 11 regole del garage? E, soprattutto, che cosa sono e cosa hanno a che fare con l’innovazione?

Beh, Bill Hewlett e David Packard non vanno considerati come dei pionieri “solo” nella realizzazione di strumenti elettronici, ma anche nell’etica del lavoro.
Crearono un’azienda basandosi sulla fiducia reciproca e questa vollero tenere alla base di qualsiasi rapporto di lavoro interno anche con i dipendenti. Introdussero alcuni concetti rivoluzionari per allora e, in moltissimi casi, anche per l’epoca odierna, come l’orario elastico (con possibilità di entrata al lavoro flessibile fra le 6 e le 9, svolgendo poi solo le ore necessarie) e l’organizzazione open space degli spazi che facilitava la circolazione delle idee.  

Un’etica lavorativa con alla base alcuni principi chiave, le 11 regole, appunto, chiamate “del garage”. Definite nel 1999 dall’allora CEO di HP Carly Fiorina e riprese successivamente in una campagna pubblicitaria della HP, sono un chiaro riferimento al garage dove Packard e Hewlett fondarono l’azienda.

Esse rappresentano le fondamenta di uno stile di gestione noto come “The HP way” che, secondo lo stesso Hewlett, include “un profondo rispetto per l’individuo, una dedizione alla qualità e all’affidabilità a prezzi accessibili, un impegno alla responsabilità della comunità e una visione che l’azienda esiste per dare contributi tecnici per il progresso e il benessere dell’umanità”.

Questi principi sono ancora sentiti come un patrimonio comune dagli imprenditori della Silicon Valley e ispirano molte startup innovative anche al di fuori dei confini di quella vallata, persino in Paesi, come l’Italia, dove avere un’ottica lean e agile in mezzo all’intricata rete di regole e burocrazia e con gli scarsi finanziamenti per ricerca e sviluppo sembrerebbe un’impresa titanica.

Le 11 regole del garage

Leggendole risulta chiaro come possano rappresentare la filosofia alla base di qualsiasi buona startup o impresa innovativa. Hewlett e Packard credevano fermamente che se hai passione per ciò che fai e lo fai con attenzione e qualità, allora i soldi arrivano. Un’idea piuttosto radicale per quegli anni e per parecchi altri a venire.

Vediamole:

  1. Convinciti che puoi cambiare il mondo
  2. Lavora velocemente, tieni gli attrezzi sempre a portata di mano, lavora quando vuoi
  3. Sappi quando lavorare da solo e quando lavorare in gruppo
  4. Condividi strumenti e idee. Abbi fiducia nei tuoi colleghi
  5. Niente politica, niente burocrazia (sono ridicoli in un garage)
  6. Solo il cliente definisce un lavoro ben fatto
  7. Le idee radicali non sono idee cattive
  8. Inventa modi diversi di lavorare
  9. Dai un contributo ogni giorno. Se non contribuisce, non lascia il garage
  10. Sii convinto che insieme si può fare qualsiasi cosa
  11. Inventa

Quali sono i principi fondamentali e ancora attuali che un’impresa può cogliere da queste regole?

Convinciti che puoi cambiare il mondo

Neanche a dirlo, il mio cavallo di battaglia e cioè: prima di fare innovazione, bisogna creare una mentalità innovativa. Chi ha questo mindset crede fermamente nelle sue possibilità. Il fallimento, la caduta temporanea è messa in conto o accettata, fa parte semplicemente del processo di realizzare, testare, riaggiustare fino al raggiungimento del prodotto/servizio giusto. Ovviamente, la forma mentis è il primo passo, ma poi ci vuole l’esecuzione.

Lavora velocemente, tieni gli attrezzi sempre a portata di mano, lavora quando vuoi

È un concetto di lavoro lean: elimina, soprattutto all’inizio, l’eccesso di complicazione e infrastrutture, tutto ciò che appesantisce. Tieni gli strumenti in ordine e pronti, l’ambiente intorno deve agevolare il più possibile il lavoro e la fluidità di movimenti e pensieri. All’interno di questo principio più generale, rientra anche il concetto di prototipazione: non appesantirti nella creazione di un prodotto/servizio strutturato e completamente funzionante; concentrati su una caratteristica base, testa, riaggiusta e, se funziona, procedi a mettere il bene sul mercato e poi ad arricchirlo nel tempo usando anche i feedback dei clienti.

Sappi quando lavorare da solo e quando lavorare in gruppo

Per quanto il lavoro di gruppo apporti incredibili benefici, non sempre è possibile e, talvolta, nemmeno auspicabile. Questo significa che ci sono momenti in cui lo spazio (fisico e mentale) per se stessi può essere proficuo, purché, ovviamente, qualunque apporto venga poi messo a disposizione dell’intera organizzazione.

Come nella vita privata, così anche in quella lavorativa l’alternanza di fasi di isolamento e di altre di socializzazione permette di realizzare l’equilibrio perfetto.

Condividi strumenti e idee. Abbi fiducia nei tuoi colleghi

Diffidare dei colleghi e tenere nascosti i propri percorsi, progressi e idee non è utile né a sé né tantomeno, all’organizzazione per cui si lavora. Non a caso, uno dei principi di base che si ritrova nell’innovazione è la contaminazione grazie al lavoro di rete e per network liquidi. Questo è ovviamente possibile nel gruppo ed è talmente utile che, in alcune organizzazioni molto avanzate (un esempio su tutti: Google) l’influenza reciproca è incoraggiata anche attraverso un uso sapiente della distribuzione degli spazi e dei tempi. Se vuoi approfondire maggiormente le sette regole fondamentali dell’innovazione, ne ho parlato qui e qui.

Non solo, un clima di fiducia realizza un ambiente piacevole in cui lo sviluppo delle idee è fortemente rafforzato.

Nel lean thinking, inoltre, in fase di progettazione si radunano rappresentanti di reparti e funzioni differenti proprio per aumentare la probabilità di avere una visione più completa e sviluppare innovazioni che siano già in stretto contatto con le diverse sfaccettature della realtà e tengano conto delle esigenze del cliente nelle differenti fasi di realizzazione del prodotto. Non un solo reparto creativo o di sviluppo, quindi, scollato da tutto il ciclo di vita e utilizzo del bene, ma tutti i settori coinvolti, in modo da apportare spunti fondamentali. Questo, è stato dimostrato, allunga un po’ la fase di ideazione, ma riduce di molto i tempi complessivi e migliora la qualità del prodotto, grazie alla diminuzione delle rilavorazioni dovute ad errori di valutazione.

Niente politica, niente burocrazia (sono ridicoli in un garage)

Anche questo, di fatto, è uno dei principi lean. Come spiegavo in questo articolo, oggi l’innovazione deve prevedere step veloci, prototipi, tentativi ed errori nella fase iniziale per mettere a punto un MVP (minimum viable product) da testare sul mercato, riaggiustando il tiro di volta in volta fino a raggiungere un feedback soddisfacente che permetta poi di realizzare un prodotto/servizio completo. Questo consente di ridurre ai minimi termini tempistiche, problemi burocratici e di sviluppo e di rimanere agili e veloci nella realizzazione. Sareste sorpresi di vedere quali furono gli stadi iniziali di organizzazioni oggi imponenti come Dropbox, Spotify, Uber e tanti altri.

Solo il cliente definisce un lavoro ben fatto

Altro punto chiave dell’innovazione è quello di pensare al bisogno da soddisfare del cliente e non alla propria idea. Innamorarci della nostra intuizione senza valutare se serva al cliente finale è uno dei più grandi errori che si possano commettere oggi. Anche in questo senso si è sviluppato questo metodo lean di realizzare le innovazioni a cui accennavo sopra. Questo permette di testare con il minimo sforzo ed impiego di mezzi e tempi la validità di un’idea direttamente nel mercato, quindi sulla base dei feedback dei consumatori reali.

Le idee radicali non sono idee cattive

Esistono diversi tipi di innovazione, fra cui quella radicale e quella incrementale. Una non è meglio dell’altra, semplicemente possono essere adatte in stadi e per fini differenti. Di certo, i “salti quantici” nel progresso sono sempre stati realizzati grazie a innovazioni disruptive, radicali, che hanno introdotto non miglioramenti, ma veri e propri cambi di paradigma e di rapporto con la realtà esterna.

Inventa modi diversi di lavorare

L’innovazione non è questione solo di prodotto, anzi. Come ho più volte cercato di spiegare, grande parte di riduzione di costi e tempi  e miglioramento di funzionamento è dovuta all’innovazione di processo. Senza un’adeguata gestione dell’iter di realizzazione, il prodotto più innovativo non porterà comunque il successo, perché l’organizzazione rischia di implodere in se stessa.

Dai un contributo ogni giorno. Se non contribuisce, non lascia il garage

Potremmo vedere questo principio come un incoraggiamento sia al miglioramento continuo sia al lavoro a favore del gruppo, basato sulla fiducia e sulla stima reciproca. Tutti devono essere finalizzati al miglioramento del lavoro, a portare un contributo.  Nel sistema Toyota, ad esempio, i feedback sono incentivati a qualsiasi livello della struttura organizzativa, vengono presi in considerazione e realizzati, laddove apportino miglioramenti. Questo è uno dei principi che porta al kaizen e ad un forte vantaggio competitivo, anche grazie ad un clima di fiducia in sé che viene stimolato dall’attenzione al contributo di tutti.

Sii convinto che insieme si può fare qualsiasi cosa

Il gruppo fa la forza, su questo non si discute. La possibilità di apportare qualità e competenze differenti se inserite in un clima di ascolto e stima reciproca porta un vantaggio ineguagliabile all’organizzazione. Uno di quei casi in cui è evidente come il gruppo sia più della somma delle parti.

Inventa

Beh, che dire…se vuoi innovare, decisamente devi inventare. A volte si tratterà di piccole modifiche, a volte di quelle che cambiano il mondo. Di certo, oggi come oggi l’innovazione deve essere continua, portando a creare nuovi prodotti o utilizzi migliori dello stesso, una maggiore attenzione alla customer satisfaction piuttosto che ad una riorganizzazione più efficiente dei processi. Ma in un mondo che cambia in continuazione, non si può rimanere fermi.

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2 Commenti

  1. ANDREA MANENTI

    Grazie per il contributo, molto interessante. Le parole chiave sono “fiducia”, “fluido” e “niente burocrazia”: trovati dei buoni partner, inizia anche senza aver stabilito quote e patti sociali, trasmetti le informazioni senza esserne geloso e accogli gli stimoli e le idee degli altri con umiltà. Per quanto riguarda il concetto di “niente burocrazia”, la strada è in salita: azioni di sviluppo nate a livello normativo con le migliori intenzioni, purtroppo si scontrano con le tipicamente italiche regole antifrode (uno ruba, quindi tutti rubano) e con rigidissime regole di impiego di personale, inquadramento dell’attività, requisiti, ecc.. E’ un peccato!

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    • Menteinnovativa

      Eh, sì, Andrea…non a caso questo manifesto è nato nella Silicon Valley, mica in Italia 😉 Diciamo che un campo che anche qui da noi è ancora meno ingessato, un po’ più “liquido”, è il digitale. Non a caso molte imprese e professionisti si stanno buttando, almeno per alcune attività, sul web. Ti permette di testare velocemente, almeno rispetto ad orientamenti e bisogni dei clienti, di creare collaborazioni molto più “liquide” e non impegnative. È un settore molto promettente anche qui, visto che, tanto per cambiare, siamo molto indietro e, quindi, chi arriva ora trova ancora parecchio spazio.

      Rispondi

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